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Man
mano che si va avanti, di tempo per la povera Décadance me ne resta
sempre meno. Ora che alcuni (bontà loro) mi hanno cominciato ad
offrire spazi più o meno ufficiali dove mettere le mie nervose
manine finisco per avere un certo senso di colpa nei confronti di
questa mia piccola, presuntuosa creatura. Eppure sento, forse come
per reazione, quanto questa mia D sia ben lontana dal dare spazio ad
un po’ di sana narrativa convenzionale: mi accorgo di come qui si
faccia piuttosto dell’alchimia, di come si provi con tanta insolenza
a fare un po’ di rivoluzione -cara vecchia ridicola rivoluzione!
Sono piacevolmente sorpreso nel constatare che molti autori che sono
passati da qui ora si ritrovino spesso accostati in altre riviste -e
pure in un paio di nuove antologie che usciranno a breve. Mi domando
a volte se non si stia rischiando di creare un cliché (o se può
essere catalogato come un rischio il creare un cliché, mah…). Quello
che in ogni caso posso dire, è che Décadance ha bene in mente cosa
le aggrada e cosa no, e ha anche un po’ quella fantastica
presunzione di avere la verità in tasca. E chi ha la verità in tasca
può dire tutto e tutto il contrario, come i bambini, come Nietzsche.
Ed ecco che il nuovo numero è tutta una contraddizione in sé, o
meglio: sembra che tutti si stia cercando la stessa cosa, ma che
ognuno abbia scelto la sua propria strada. Così: Blaise Daumier può
tirar fuori una storia sulla vita in provincia nell’ottocento
francese scritta con una lingua talmente aulica da diventare
ridicola, Fulvio Frezza può scrivere un racconto in cui un terzo
delle frasi sono in giapponese, io me ne posso venir su con un roba
che sta a metà tra Kafka e Schnitzler (se mi passate il paragone
decisamente sproporzionato a mio sfavore). Il fatto è che per fare
quelle belle rivoluzioni di una volta serve di menare giù duro,
magari senza stare ad andare troppo per il sottile. In fondo quello
che c’era da fare era impiantare un bel casino; e mi pare che ci
stia riuscendo discretamente. |