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IL COLPEVOLE
-Fernando Sorrentino-
traduzione di Isabel Cuartero |
1.
Io lavoro in più di una scuola secondaria. Quando finisco le mie
attività mattutine, mi rendo conto che non mi basta il tempo per
passare da casa. Allo stesso tempo, è troppo presto per presentarmi
alla scuola del pomeriggio; ciononostante, è questo che faccio sempre.
Arrivo, allora, a un’ora anomala, quando tutti i professori della
mattina sono già andati via e ancora non sono arrivati quelli del
pomeriggio. Questa situazione mi concede una pausa gradevole: ne
approfitto per leggere il giornale, ancora intatto, che porto nella
cartella fin dal mattino. Le poltrone della sala professori sono
comode, il pavimento ha la moquette, la luce buona ma non accecante, i
rumori della strada si attenuano in un rumore felpato e indefinito… A
momenti non leggo più il giornale, ma mi vince la stanchezza, e dormo
per intermittenti frazioni di secondo: faccio dei sogni piccoli e
abbastanza logici, dove persiste la stanza dove mi trovo.
Ma quel martedì mi trovavo ben sveglio, dedicato a sfogliare il
giornale. L’uomo che stava dal lato opposto della sala non poteva non
chiamarmi l’attenzione. Era l’essere più alto e più obeso che avessi
mai visto in vita mia: un gigante adiposo, rosa, con forme sferiche in
ogni aspetto del viso, con occhi chiari, con riccioli biondi. La sua
enormità era accentuata da un abito chiarissimo, di color te con
latte, che si estendeva per un metro in larghezza e due in altezza.
Comunque, io non osservavo tutti questi dettagli dissimulatamene:
distratto dallo stupore, percorrevo con la mia vista – con
incoscienza, con impertinenza – quella figura illimitata in modo molto
franco e aperto, come se stessi osservando un ippopotamo o una statua
invece di un uomo che si poteva infastidire con uno scrutinio cosi
volgare.
D’improvviso mi resi conto che l’uomo aveva notato – come poteva non
notarla? – la mia maldestra contemplazione e che si dirigeva
direttamente verso di me. Un po’ turbato abbassai lo sguardo e finsi
di continuare a leggere il giornale.
Quando capii che stava di fronte a me, alzai gli occhi e aspettai. Non
sono di fisico piccolo, ma pensai che, se mi aggrediva, il gigante
poteva farmi a pezzi senza che i miei pugni – come spilli – potessero
niente contro quella tremante mole di grasso.
Ciononostante, la mia apprensione risultò esagerata e, soprattutto,
ingiusta, nell’attribuire a quest’uomo intenzioni cosi selvagge.
Infatti tutto ciò che disse fu:
– Sono nuovo qui. Mi potresti dire, per favore, dove si trova la
tualét dei signori?
Rimasi ancora per un po’ ipnotizzato: per il volto rossiccio e grasso,
per le sei o otto pieghe del suo mento, per la pelle tersa e
traslucida come quella di un neonato, per le smisurate mani dalle dita
voluminose, per il tono quasi effeminato della sua voce, per il fatto
che chiamasse “tualét di signori” il bagno degli uomini.
Alla fine, reagii e potei rispondere:
– Esca da questa porta, attraversi l’ingresso grande e giri nel
corridoio a sinistra.
Allora le montagne e le valli rotonde di questo volto sferico si
accesero in una fiammata d’ indignazione:
– Io ti ho dato del tu – disse, aprendo poco la bocca –, come un atto
amichevole, e tu mi hai risposto dandomi del lei, come per mantenere
le distanze…
– Scusami – lo interruppi –. Non è stato per mantenere le distanze: é
stato perché non mi sono reso conto…
– Certo! – esclamò, trionfante –. E non ti sei reso conto perché,
invece di ascoltare le mie parole, mi stavi osservando come una bestia
rara – cominciò ad alzare la voce sempre più: diedi un’occhiata
preoccupata intorno a noi –, e stavi pensando che io ero un grasso
mostruoso e orribile, un essere degno di esibirsi in un circo, perché
tutti ridano di lui…
Senza dubbio, io ero posseduto dallo spirito di perversione di cui
parla Poe: mentre l’uomo mi seppelliva sotto una valanga di rimproveri
per averlo osservato con malsana curiosità, io continuavo a osservarlo
con malsana curiosità. Si, era il fascino del mostruoso che mi
dominava, e vedevo adesso che il grassone era, in verità, molto
giovane, forse venticinque o ventisei anni…
E quegli occhi celesti cominciarono ad arrossarsi e a riempirsi di
lacrime, e, finalmente, il personaggio scoppiò in un pianto stentoreo
e spettacolare, che culminò con queste parole, pronunciate gridando e
tra i singhiozzi:
– Siete uguale a tutti! Tutti sono tagliati dalla stessa forbice!
Addio, addio per sempre…!
E scappò rumorosamente sbattendo i piedi con forza e agitando il
grosso corpo.
Io non sapevo dove nascondermi: dalla vergogna, ero come un fuoco. Il
fatto è che, nel frattempo, si era radunato lí un gran numero di
professori e – povero me! – di professoresse, alcune abbastanza belle:
che idea sbagliata si sarebbero fatte adesso queste dame, che
relazione immaginerebbero tra il grassone e me?
Mi sembrò meglio uscire a camminare per i corridoi. Durante il resto
del giorno, e anche nei giorni seguenti, tornai a pensare all’uomo
obeso e isterico, e al piccolo scandalo, e giurai che mai più avrei
osservato qualcuno con impertinenza.
Il martedì seguente arrivai a scuola con un piano: mi sarei seduto
nella poltrona di sempre e, appena fosse arrivato il grassone, avrei
finto di non vederlo e mi sarei andato a sedere in un banco di legno
che si trova nel vestibolo del primo piano. In questo modo avrei
evitato ogni scena sgradevole.
Ma, per fortuna, il grassone non apparve: non apparve quel martedì,
non apparve mai più.
In seguito mi vinse la curiosità e, con domande fatte con falsa
indifferenza, mi informai in segreteria che un professore nuovo, cosi
e cosi, un po’ grasso, chiamato – seppi – Edgardo Carlos Piaro, aveva
dato lezioni – di psicologia e di logica – il lunedì della settimana
anteriore, e dopo, senza avvisare nessuno, aveva realizzato un
“abbandono di compiti” – questo era stato il preciso termine
utilizzato – ed era stato già sostituito da un altro docente.
2.
Sabato sera ricevetti la visita allucinante della madre del professor
Piaro. La sua arma migliore fu la sorpresa: prima che io potessi
pensare al minimo movimento difensivo, questa signora era già entrata
fino alla parte più interna del living e si era seduta, affannosa, sul
braccio di una poltrona.
Mia moglie ed io, con una coppia di amici, ci stavamo dedicando al
triviale trascorrere della serata, tra bicchieri di whisky, sigarette
e chiacchiere del momento. E adesso, li, davanti ad occhi estranei e
apparsa come un fantasma, stava seduta questa donna brutta, sudata,
con vestaglia stampata in bianco e nero, con occhiali, con i capelli
biondi stinti e striati di bianco, con le unghie sporche. E questa
donna parlava e parlava, con voce squillante, sbagliando i tempi dei
verbi, omettendo le ultime sillabe delle parole e facendomi – Dio mio!
– rimproveri inconcepibili:
– …e Elgardito ha adesso una depressione, per quello che lei gli ha
detto dell’obesità, capisce? Lei non avesse mai dovuto dirgli a lui
che era grasso… Adesso ha la depressione e, quando è depresso, diventa
come pazzo, perde il controllo e comincia a mangiare e a mangiare più
che mai, capisce…?
La donna si era messa in piedi e mi si avvicinava sempre più. Le
mancavano alcuni denti e, per questo, le sue parole erano accompagnate
da goccioline di saliva, che io, retrocedendo continuamente, cercavo
di evitare.
– …e mangia e mangia e mangia… Lei non sa che cos’è Elgardito quando
mangia. Questo lo porterà alla tomba. La dottoressa è disperata per la
sovralimentazione. Sono dieci giorni che Elgardito mangia e mangia. La
dottoressa dice che non può continuare con questa sovralimentazione,
il cuore non potrà resistere e morirà d’infarto. La mattina presto si
alza e mangia un chilo di spaghetti con salsa di ragù; dopo, verso le
dieci, si mangia otto o dieci bistecche con patate fritte e uova
fritte…
E, senza risparmiare dettagli, continuò a dipingermi una sfilata
gastronomicamente spaventosa di ravioli, spezzatini con verdure,
affettati, dolci, burro, marmellate, pani, biscottini, torte,
dolciumi… Affinché tutto ciò risultasse più orribile, metteva insieme
alimenti che, in realtà, non si potevano combinare senza repulsione:
fegato fritto e dolce di latte, stufato di carne e confettura di
cotogno. Cosi mangiava Edgardito, e la donna piangeva e gridava, e
improvvisamente seppi cosa pretendeva da me:
– Lei deve andare a chiedere perdono a Elgardito! Solo cosí smetterà
di mangiare. Lui stesso me lo ha detto, molto chiaramente. Mi ha
detto: “Fino a che l’aggressivo signor Sorrentino non verrà a
chiedermi perdono in ginocchio, non smetterò di mangiare, mangerò e
mangerò fino a farmi scoppiare il cuore. Cosi saprà chi sono io”.
Queste cose ha detto Elgardito, e ha tutta la ragione. Possiede tutta
la ragione del mondo.
Non feci caso alle sue parole, evitando rispondere alla sua evidente
insensatezza. Il mio unico desiderio era che la donna se ne andasse il
più presto possibile.
Ciò nonostante, riuscii a dire:
- Ma, signora, sia ragionevole. Che posso fare io? Le converrebbe
chiamare un medico…
- No, signore! – era ancora più furiosa –. Che medico e medico! Non le
sto dicendo che Elgardito ha detto chiaramente quello che lei deve
fare? Lei deve andare a chiedergli perdono in ginocchio. Cosí ha detto
Elgardito: “Fino a che l’aggressivo signor Sorrentino non verrà a
chiedermi perdono in ginocchio, continuerò a mangiare e a mangiare
fino a scoppiare”. E questo è quello che sta facendo: quando sono
uscita per venire qui, l’ ho lasciato mentre mangiava riso con
pancetta e salamella piccante… Elgardito sta compiendo la sua promessa
di uccidersi, e tutto per colpa sua, signor Sorrentino!
Non voglio essere ripetitivo: queste spiegazioni cicliche –
appiccicose come catrame, esasperanti come un moscone – si ripeterono
non so quante volte. Nemmeno so come riuscii, tra pianti e minacce, a
farla andare via. Per quanto mi facesse pena questa madre che veniva a
implorare per la salute di suo figlio squilibrato, non potevo
ammettere in nessun modo – a meno di essere anch’io completamente
pazzo – questa soluzione demente di andare a chiedere perdono in
ginocchio al grassone isterico.
In un foglio di quaderno scolastico, con faticosa scrittura da
semianalfabeta e separando ogni parola con un punto, la donna aveva
scritto l’indirizzo dove, teoricamente, io dovevo andare a
inginocchiarmi per salvare la vita di quell’uomo insaziabile. Questi
viveva, inoltre, in un paesino del distretto de La Matanza, un luogo
nel quale non mi sentivo più di andare, anche se in altre epoche lo
avevo fatto per il solo gusto di viaggiare in quel curioso treno
arcaico che parte dalla stazione Buenos Aires, a Barracas.
Allora mi afflisse un improvviso rimorso: “Se prima andavi lí solo per
piacere, adesso potresti andarci per salvare una vita”. Chiusi gli
occhi con forza e scossi la testa per respingere l’idea: stavo forse
cadendo anch’io nella malattia del non-senso?
3.
– E’ per te – disse mia moglie, coprendo la cornetta del telefono con
la mano – Ci sei?
– Chi è?
– Una certa dottoressa Perla Zaselsky.
Dato che questa persona sconosciuta non si contava, per adesso, nel
numero di quelli che mi potevano infastidire, presi il telefono. Ci
furono presentazioni e un dialogo rapido. Capii di cosa si trattava
sentendo:
– Sono la psicoterapeuta del signor Edgardo Piaro…
– Ah, no, no, no! – la interruppi –. Questo proprio no! Mi scusi,
dottoressa, ma non voglio intervenire in niente che abbia la minima
relazione con quel signore.
– Ma guardi che è molto importante.
– Mi scusi, ma non voglio sentirla, dottoressa.
La voce diventò indignata e tagliante:
– Allora lei mi attacca senza sapere quello che le voglio dire?
– E’ cosi – io mi sentivo stranamente orgoglioso della mia attitudine.
– Molto bene. Lei saprà quello che fa. Buona sera.
E non fui io, ma lei che tagliò la conversazione, quando io avevo
iniziato a dire: “Aspetti!”
4.
Tra quattro buste con l’indirizzo scritto a macchina, ce n’era uno con
caratteri manoscritti maldestri. Invece di Sorrentino avevano messo
Zorrentino, la mia strada Matienzo era diventata Matenso e avevano
omesso il numero del codice postale.
Senza necessità di leggere il mittente, seppi subito di chi era la
lettera. Esitai qualche istante tra aprire la busta o strapparla a
pezzi. Dopo mi dissi che una lettera mai poteva essere peggio di una
visita ed estrassi dalla busta un foglio di quaderno scolastico,
piegato in quattro.
Nella lettera avevano attaccato un piccolissimo ritaglio di giornale.
Appena lo lessi, sperimentai una specie di giramento e mi bagnai di
sudore: Edgardo Carlos Piaro, R.I.P., morì il 7 settembre 1982,
C.A.S.R. e B.P.1 Poi c’era
scritto il nome della madre: Isabel Hilda Morguebur, vedova di Piaro.
Non c’era il nome della moglie: il grassone, cosi giovane, era già
vedovo? In seguito, mi pianse il cuore: le sue figliolette Valeria
Roxana e Veronica Mariela. Dunque quell’uomo irrazionale lasciava due
figliolette? Dunque, invece di pensare a loro, si era lanciato come un
matto a mangiare e a mangiare fino a scoppiare? Poi apparivano altri
parenti e, alla fine, i suoi colleghi dell’ Ateneo di Logica Simbolica
di San Justo.
Ma, prima di leggere questa minuscola tipografia del giornale, vidi,
forzatamente, un grosso riquadro rosso che circondava l’avviso funebre
e, ancora una volta, la scrittura maldestra che diceva: lei. lo. ha
ucciso. asasino.
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1:Con gli
Aiuti della Sacra Religione e la Benedizione Papale, è una formula
tipica dei necrologi spagnoli o sud americani. |
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