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Sono un po’ in ritardo sulle scadenze che mi ero prefissato, è vero: il fatto è che questo numero mi ha impaniato parecchio. Credo sia che: quando ci si comincia ad accorgere che qualcuno che ascolta dall’altra parte c’é davvero, che è pronto ad apprezzarti ma anche a farti notare eventuali idiozie commesse o sull’orlo di commettere, beh allora le cose si cominciano a fare un po’ più difficili. Il ritardo di questo numero credo sia dovuto essenzialmente ad un atteggiamento più riflessivo che mi sono provato ad imporre, ecco. Non sono certo di esserci riuscito però, e questa mi sembra in realtà sempre la solita presuntuosa D. Chissà. In compenso le domande che qualcuno mi ha posto ultimamente riguardo al progetto Décadance (progetto? mah...) mi hanno dato l’occasione per sintetizzare in maniera un po’ più compatta e consequenziale alcune idee che avevo in mente già da qualche tempo ma che, vuoi la mia solita iperattività, stentavo a buttar giù in una qualche forma che fosse per lo meno comprensibile se non addirittura ordinata. Principalmente una cosa: è ora che in Italia ci si dia una mossa, soprattutto i più giovani. C’é tanta pseudo-narrativa che, sulla scorta di gioventù cannibale, rischia di scadere in uno sconsolante manierismo. Purtroppo, lo so, è facile essere destruens; più difficile invece rimboccarsi le manichine e lavorare: così si critica tanto Nori (o chi per lui) ma non mi pare che in giro ce ne siano tanti in grado di tirar su un fenomeno di così ampia portata come gioventù cannibale. Le riviste, dalla loro, possono cercare soltanto di sensibilizzare nei confronti di una narrativa un po’ meno di cliché, credo. E sono convinto di avercela messa tutta in questo numero, di aver cercato di dare più spazio possibile allo sperimentalismo (mio Dio! non pensavo mi sarei mai ridotto a questo, allo sperimentalismo), anche al prezzo di risultare disorganico. Ma quello che conta credo è l’insolenza di fare un po’ come ci viene. E se ci viene bene tanto meglio.