RIFLESSIONI   

Rete
Un idea positiva per la resistenza e l?innovazione

Appunti sul non-pensiero

Il corpo nella cultura di massa e nell'esistere pedagogico

Riflessioni sull'orientare nel tempo della ipercomplessità

L'impresa di rappresentare la qualità della scuola nel tempo...

Copernico: uno sguardo che viene da lontano

Intervista dell'IRRSAE Emilia-Romagna all'ispettore G. Boselli

Molto di nuovo sotto il sole

Tesi sulla lingua italiana

Il problema della valutazione

 

 
   
Il corpo é non solo uno strumento; non soltanto una macrocategoria dell'esistere; é un profilo fondazionale del nostro essere.

Gabriele Boselli                                                                 

Il corpo nella cultura di massa
e nell'esistere pedagogico


Sintesi

Il corpo che il sistema informativa globale ci porta a enfatizzare non è il nostro. Oggi ­nella cultura prodotta dai network dell’informazione/spettacolo per le masse- il corpo é un oggetto privo di anima, che sta, insiste nel mondo ma non si dà un mondo, non è via propria attraverso cui il soggetto possa aprire autenticamente al mondo dei fenomeni. Il corpo e’ imposto come un prodotto tecnico, un elemento dell'immagine destinata al pubblico, un accessorio didattico o nel lavoro prestazionale. Va curato perché istruito dalla palestra, dai farmaci o domani dall'ingegneria genetica consente apprendimenti (prendere  da) o perché una bella presenza consente a esili ragazze e palestrati giovanotti un più facile e forse fortunato accesso a posizioni vantaggiose. Ma non se ne ha, nell’accezione heideggeriana, cura.
Il corpo é non solo uno strumento; non soltanto una macrocategoria dell'esistere; é un profilo fondazionale del nostro essere, una espressione di quella interrogazione essenziale che rivolgiamo al mondo con il nostro stesso esserci. L'essere-corpo, il pensarsi attraverso il corpo é generativo, ma non necessariamente conclusivo, del nostro essere e costitutivo del mondo.  L'importante non é avere o educare un corpo superefficiente e mentalmente ben "attrezzato" da spendere sul mercato, nel bordello globale dell'economia del Mercato unico mondiale. E' avere un corpo proprio, muoversi sulla terra-terra sotto il cielo-cielo, trascendersi infinitamente.
L'impostazione intellettualistica che prevale nei programmi vigenti per quasi tutti gli ordini di scuola andrebbe rivista tenendo conto che il corpo è la struttura originaria del conoscere e non può essere educato senza il concorso degli altri saperi. In attesa, le scuole potrebbero avviare progettazioni educative che restituiscano al corpo -illuminato dall'insieme dei saperi e illuminante gli stessi- la sua valenza pre-comprensiva e fondazionale.


1. Storia di un paese, di un orto e di una scuola

Non vorrei fare l'elogio del buon tempo andato, né toccare le facili corde della nostalgia ma non vorrei neppure, per evitare questo, dover tacere su trasformazioni profonde dell'ambiente e del soggetto umano in questi ultimi cinquant'anni: mi pare un fatto che, per cominciare, siano quasi scomparsi i paesi. Un'unica indifferenziata metropoli ha ricoperto la terra d'Italia e i territori densamente popolati d'Europa invertendo il rapporto di destinazione dello spazio tra città e campagna. Paesi residui, borghi, frazioni senza più terra circostante vengono velocemente ingoiati dalla Città globale o si cittadinizzano, con tanto di atmosfera al benzene, condomini ovunque uguali, villette con rialzo di terra e nanetti, supersnodi stradali e maxi posteggi e ipermercati. In questa città senza limite masse di lavoratori sempre più precari e sempre più cretinamente individualisti fanno gli "straordinari" (tra virgolette in quanto abituali e obbligatori)  per comprare ai figli e a se stessi la Playstation 2 e perfezionare il proprio processo d'imbecillimento. Torneranno la sera in loculi sempre più piccoli e trascurati (tutte le energie sono per il lavoro, sennò si salta) dove i bambini non ci sono o se ci sono danno fastidio agli altri condomini: nel condominio, comunque, se c'è uno spazio all'aperto, è per le auto. Qualche orto si trova solo tra i fiumi e gli argini, nella diffusa speranza che una piena se lo porti via, insieme a quei pensionati palla-al-piededell'economia che li coltivano. La gente comune è mogia, l'elite del potere (economico) sempre più ricca e sprezzante; i televisori sono sempre accesi. Molti ascoltano musiche aliene; nessuno canta.
Io sono nato mezzo secolo fa in un paese, Savignano sul Rubicone, tra i due paesoni (allora) di Cesena e Rimini. Il paese aveva un baricentro relazionale, la piazza, non ancora coperta da auto. In casa mia non c'erano termosifoni, né televisore né un vero bagno ma un ampio prato accoglieva i giochi di noi ragazzi.  Il nostro corpo non era un fastidio da contjngentare in ore del giorno congrue al riposo del guerriero industriale che "devo lavorare".
Fino agli anni sessanta, in molte scuole elementari e materne d'Italia c'erano gli orti. Gli scolari più piccoli guardavano le "loro" piantine crescere; noi, più grandi, vi apprendevamo l'uso della vanga, della zappa e di altri faticosi attrezzi agricoli su cui forse -continuando- avremmo speso la vita con maggior profitto dell'umanità. A scuola come a casa, dove ci si muoveva tutto il giorno, si correva, si giocava nei campetti, s'imparava di avere un corpo e di stare su una terra perché il corpo era un modo di essere-al-mondo, una regione dell'esistenza con ampia e continua rilevanza quotidiana. Di notte il cielo non era abbagliato dalle luci, mio babbo mi indicava le costellazioni e raccontava di un tale che aveva ritrovato la strada grazie alla stella polare.
Poi, in trenta-quarant'anni, il paese si è dilatato senza crescere nelle sue strutture di relazione umana, alle scuole in muratura con ampio giardino si sono affiancate quelle in amianto con parcheggio per insegnanti "pony express" (quelli che fanno servizio in più plessi). Le scuole di campagna -dov'era agevole educarsi come corpo in relazione con la terra e il cielo- sono state chiuse per la cosiddetta "razionalizzazione".
Arrivò dall'America la programmazione, vennero le “verifiche”, le "prove oggettive" e i rituali della collegialità; nell'intristimento generale montagne di intellettualistici obiettivi da scalare quotidianamente assorbirono ogni energia di maestri e alunni. L'orto della scuola si disseccò (non c'era più tempo per coltivarlo, premevano gli obiettivi didattici generali e specifici) e il suo spazio fu destinato ad ampliare l'asfalto. Dall'Ufficio studi della Confindustria, dal connesso Ministero della P.I. e dalle riviste didattiche trendy venne la disposizione di imporre agli alunni , per fortuna inutilmente, di smetterla con i vaghi e improduttivi pensierini e di passare a compilar schede e poi schede e poi ancora schede che confermassero il puntuale raggiungimento degli obiettivi prestabiliti nelle sempre crescenti carte programmatorie. Si trattava ormai di forgiare la futura fanteria del mercato unico mondiale, carne da dollaro da scatenare, con le armi di un corpo ben standardizzato, del computer e della lingua americana, nei campi di battaglia dell'economia globalizzata.
Il mutamento del mio paese e della scuola di Savignano, fortunatamente costellato di vivaci e solide nicchie di resistenza messe in atto da concittadini e insegnanti di buone letture, accompagnava del resto la mutazione del mondo: ogni anno la macchina dell'economia diveniva sempre più cogente, divorava risorse non riproducibili; passo passo la Terra accumulava le premesse per diventare -forse tra pochi secoli- un caldissimo deserto simile a Marte. Insieme al pianeta i cui cieli nei giorni di sereno mostrano le ferite inferte dai jets, il corpo dell'uomo diventava sempre meno Natura e sempre più un prodotto della Tecnica.
Oggi il corpo di un uomo senza-Terra e senza-Cielo e dal Movimento corporeo strettamente funzionale (Patocka, 1965) é un elemento dell'immagine destinata al pubblico, un accessorio didattico o nel lavoro prestazionale. Va non curato ma trattato e presto anche geneticamente modificato affinché consenta apprendimenti o perché una bella presenza agevoli a esili ragazze e palestrati giovanotti, con o senza creatina, un più facile e forse fortunato accesso a posizioni vantaggiose. Il corpo é uno strumento; non una categoria dell'esistere, un profilo fondamentale del nostro essere. L'essere-corpo é intrinsecamente irrilevante; l'importante é avere un corpo super efficiente da mostrare negli scenari della virtualizzazione del mondo fenomenico, nel bordello globale dell'economia del Mercato unico mondiale, nel nuovo e privatizzato stato totale senza Stato (1).

(1)  Per "nuovo e privatizzato stato totale senza Stato" intendo la condizione strutturata da apparati costantemente ricostruiti ad hoc, riconosciuta prevalente in tutto il mondo, organizzativa dei rapporti tra i soggetti sostanzialmente attraverso norme di fatto dettate dalla struttura economica. Come lo Stato classico, lo stato tardomoderno intriso di ideologia del "Privato" non riconosce dipendenza da altri aggregati statuali  o assetti etici (è più che mai sovrano); è in grado di determinare più di ogni altro stato storicamente esistito la condotta personale attraverso apparati di costruzione del consenso (network informativi) e di deterrenza (licenziamento, fallimento reale).
E' totale sia perché copre tutta la Terra, sia perché nulla d'importante sfugge al suo controllo, operando con i meccanismi del condizionamento economico nell'anima stessa dei cittadini. Essendo mondiale, non riconosce gli stati nazionali e tende per organizzarsi in macroregioni economiche transitorie in cui non esistono diritti se no per la forza economica che li avvalora.
Si legga in proposito il n.299-300 di aut aut, Settembre-Dicembre 2000

Con l'enfatizzazione e la vendita di un corpo non-corpo, ovvero senz'anima, propria dell'imago mundi  tardomoderna, il corpo acquista prezzo (nel caso dei calciatori, anche una ventina di miliardi a gamba) ma perde valore, se per valore intendiamo qualcosa che appaia meritare un impegno disinteressato  e riferito non alle circostanze ma a fini che coprono un larghissimo arco storico. Nel momento in cui si esalta il prezzo del corpo, se ne stanno creando anche le premesse per la sostituibilità e l'inessenzialità.  Nell'universo virtuale il corpo è immagine precaria, fascio di elettroni su uno schermo, può essere sostituito da un attore virtuale che non abbia le imperfezioni di tutto ciò che esiste davvero. I corpi-corpi vengono consumati rapidamente dagli apparati del MUM e l'anima e la cultura millennaria che vi albergano sono disconosciute; si perde così sempre più spesso la possibilità per l'individuo integro di essere intero (e immortale), di costituire un insieme di anima e corpo viventi, nello Spirito (Gentile 1916).
Per fortuna lo Spirito è immortale e chi -anche per virtù dell'educazione- ne è consapevolmente parte avrà comunque vita entro e oltre i confini dell'epoca.

2. Il corpo nei saperi tardomoderni: come si razionalizza l'alienazione tecnico-economica  

Sono anni di massiccia banalizzazione culturale indotta dai padroni dei media e di prepotente, generale affermazione del non-pensiero (Boselli, 2000) ma anche di notevoli progressi delle scienze. Vi è stata grande evoluzione di alcuni dei saperi che hanno per oggetto il mondo organico e il corpo umano in particolare: biologia, genetica, medicina (Riefkin 1999) Il secolo biotech) stanno ricevendo forti finanziamenti per ridurre l'intervallo tra la formulazione della teoria e le applicazioni pratiche o per lo sviluppo di teorie utili o almeno compatibili con le esigenze delle multinazionali del ramo. E' nata l'ingegneria genetica, l'insieme delle competenze tecniche per l'allestimento su commissione di animali e piante non esistenti in natura, nonché di pezzi di ricambio per l'uomo. Non passerà molto che qualche miliardario commissionerà all'ingegnere qualche copia di se stesso, al fine di perpetuare all'infinito la mala pianta. Fiorisce del resto già da ora il commercio di organi per chi ne ha bisogno e se li può pagare e l'aspettativa media di vita (cresciuta comunque anche nella media generale) è più che mai, sia nel quadro mondiale che nei contesti locali, direttamente proporzionata al reddito. Il mercato della salute è peraltro tenuto vivace sia dalle migliori aspettative della clientela -che accetta sempre meno di invecchiare e di morire- sia dalla creazione, forse negli stessi laboratori farmaceutici e certamente nello stesso apparato industriale, di nuove patologie (Illich, I978).
Il progresso dei saperi tecnici è certamente un fatto positivo, liberando l'uomo da gran parte della fatica fisica e da molti lavori intellettuali ripetitivi, permettendo al corpo spostamenti in altri secoli impensabili e soccorrendolo nei suoi stati di malattia con strumentazioni prodigiose. Abbiamo acquisito grazie alla tecnica capacità angeliche: volare, essere in più luoghi contemporaneamente, vedere e farsi sentire al di là dei continenti, illuminare (anche troppo) la notte. Ci manca ancora l'immortalità ma non bisogna disperare.
Il corpo umano sta al pari della mente (Boselli 1998) mutando il modo di essere e di sentirsi esistere grazie all' avanzata tecnologia oggi disponibile. Più che la tecnica, a preoccupare è la sua utilizzazione totale e totalizzante secondo criteri meramente economici che ignorano le esigenze della terra e delle specie che la abitano, compresa quella umana, privilegiando esclusivamente quelle dei gruppi finanziari. Sta prevalendo l'idea che una scienza e una tecnologia possano agire sull'uomo senza altro limite che quello economico, che non debbano operare entro un quadro etico, entro più ampi orizzonti di valore e di senso e nel rispetto della natura. Così probabilmente sarà e l'etica -sempre gran prostituta- si adatterà nelle sue versioni future a tutto questo e vi ravviserà elementi di valore.
Le scienze contemporanee, sempre più riconvertite in tecnologie (dalla ricerca del principio a quella del risultato) operano sull'uomo ma non per l'uomo, bensì per la loro committenza. La più marcata privatizzazione degli enti che fanno ricerca fa sì che il tecnocrate non renda conto alla propria coscienza o alla comunità dei ricercatori ma soltanto al suo padrone.
Anche la medicina positivistica e commerciale, dissociando la materia del corpo dal suo senso, ossessionata dalla finitezza, dimentica del senso infinito della finitudine, rende muto o patologizza quest'ultimo, fabbrica, ove utile a suon di ormoni e strumenti genetici, quel "corpo-cosa" che sul Mercato, nel nuovo Stato totale in mano ovunque nel mondo ai gruppi di potere finanziario, diviene "corpo-merce".

3. Il ritorno del peggio: la nuova eugenetica e la possibile chiusura alla speranza educativa

Si va in parallelo risolvendo sul polo fisicistico un altro dei classici dualismi, quello tra anima e corpo, in una sorta di neolombrosianesimo: l'intelligenza è intesa come un fatto individuale geneticamente ereditato (l'educazione può farci poco), un mero assetto di relais cerebrali, una mera interazione bioelettrica neuronale su modelli dovuti a linee ereditarie.  L'anima non è immortale semplicemente perché non c'è o é pensata come un secreto cerebrale e le sue malattie, un tempo chiamate "morba sine materia", vengono affrontate prevalentemente in termini di analisi biochimica e biofisica, di sola materia, appunto.
Evidenti le conseguenze deterministiche e -al limite- razzistiche di questo approccio: l'idea che corpi chiaramente differenti e diversi potessero esser sede di anime con uguali possibilità, che solo la società e l'educazione potevano schiudere o comprimere, passerebbe nel dimenticatoio. Ciascuno di noi riceverebbe alla nascita -per le non più inesorabili vie della genetica- non solo una pelle, un corpo diversi ma anche un'anima di serie A o B, C....Siamo macchine che nella vita danno quello che possono, a seconda della cilindrata più che della preparazione alla corsa. Siamo computers che esistono  dipendentemente dalla qualità dei chips che li costituiscono, dalle eventuali operazioni di biotecnologia che verranno messe in atto e dal software di cui vengono dotati.  Poi il dio Mercato stabilirebbe il loro "vero" valore assegnando a qualcuno quotazioni come quelle di Taricone (un mito per la gioventù moderna), ad altri quelle di un qualunque ingranaggio economico.

4. Per una teoria del corpo, nel suo re-inviare ad altro

Siamo materialmente un minimo e transitorio aggregato di atomi, quasi un niente di fronte al nostro universo, che peraltro pare esser solo uno dei tanti. Eppure (almeno nel nostro sistema solare) é solo in questo mucchietto di materia che il tutto appare-a, giunge a coscienza.
Dio è pensabile come la connessione (e/o la condizione?) di tutto il pensare dei viventi di ogni luogo e tempo.  In questo senso credo che l'universo sia creato da Dio; e che gli universi stessi -nel loro ideale connettersi attraverso i corpi, siano questi di carne o di altra materia- abbiano creato Dio. Ma è difficile -anche per me- cogliere ciò; l'epoca non è più capace -come lo fu con Schelling- di una teoria unificata della natura e dello spirito. Possiamo solo capire che il mondo non comincia e non finisce entro i confini del nostro corpo e che il Tutto può solo far cenno di sé attraverso la ristretta finestra che noi possiamo aprire sull'altro-da-noi.
Il corpo ci ricorda che non nasciamo da soli;  e che possiamo in qualche modo continuare dopo la morte attraverso i nostri figli e coloro che hanno ascoltato le nostre parole. Da soli possiamo invece morire, ma sarebbe una gran brutta morte, un congedarsi dal mondo senza che il mondo ti saluti. L'altro è prezioso all'origine come al termine della vita; ma anche lungo tutta l'esistenza, anche se nell'età di maggior forza del soggetto vi può essere impressione di autosufficienza.
Come i miei genitori mi ricordano attraverso la carne e le strutture fondazionali del mio sentire e del mio pensare, come Vanila mi fa cenno sul piano intellettuale ed esistenziale, come i miei figli mi indicano attraverso il loro stesso esistere e distendersi verso un avvenire che non vedrò intero con questi stessi occhi, come mi hanno insegnato alcuni dei miei maestri, da Italo Mancini a Piero Bertolini , una teoria dell'educazione è dunque anche una filosofia del corpo e dell'anima dell'Altro, non dello specchio ma delle apparizioni dell'alterità attraverso il Volto e il Testo, i volti e i testi.
L'alterità è l'altro volto dell'io e nel contempo il suo non essere. E' tutto ciò che non sono io. E' il non io che nasce fuori di me (ma non fuori della mia storia e della mia geografia, quelli è già tanto se riesco a intravederli).
Ciascuno di noi è un universo e tutti gli universi sono augurabilmente distinti (anche in cosmologia gli universi che si confondono si distruggono) ma non assolutamente separati; comunque interagiscono . I punti, lontanissimi se si resta allo stesso piano, possono anzi essere vicinissimi attraversando piani differenti.
Seguire le linee della membrana ove ogni ente dell'universo é situato per un percorso senza fine, spesso vizioso o insensato?  Contentarsi di obiettivi e dimenticare possibili gamme di fini? O forare attraverso lo strumento della teoria la superficie degli eventi, attraversare il nostro piano di evidenza fisica, di riferimenti globali visibili per entrare nelle controsimmetrie globali, nell'inferno, nel paradiso,  nel totalmente altro, nell'ugualmente altro o in chissà che altro si potrà trovare nell' altrove?

5. Il dovere dell'attività teoretica

La teoria è a questo punto un dovere ineludibile per chi voglia attraversare il mondo con consapevolezza, non da solo e facendo in modo che il suo cammino negli spazi fisici e culturali sia utile agli altri viandanti. E' un dovere per chi abbia studiato, abbia figli e allievi, ami il pianeta in cui è capitato e la specie di cui fa parte nonché una storia, quella dell'Occidente europeo e italiano, di cui è una delle incarnazioni. E' un dovere da affrontare specie per chi, avendo passato il mezzo secolo di vita (età che da giovane mi pareva avanzatissima) è pertanto probabilmente oltre la metà del cammino consentito dalla propria strutturça fisica e rischia di essere sorpreso per strada senza aver capito e aiutato a capire, senza aver restituito al mondo, arricchita, la lezione che gli è stata offerta.
Chi non affronta -potendolo- il compito della comprensione/costruzione teoretica del corpo e dell'anima vive solo una parte della gamma di vita possibile: si vive solo la parte del mondo che entra nella nostra attenzione e immaginazione. Chi pensa teoreticamente, ovvero pensa il tutto ma originalmente, è in un certo senso il Tutto che pensa, vive un mondo più ricco, elude il luccicante ma piatto panorama del pensiero unico creato dal sistema informativo globale e vive molteplici piani e corpi degli eventi. Ma pensare teoreticamente significa farlo non da soli bensì in dialogo ideale con tutti gli uomini del passato, del presente e del futuro, avere interlocutori e tra gli interlocutori molti di quelli che hanno avuto e hanno più da dire.

6
. Percorsi di ritrovamento di regioni ontologiche velate

Abbiamo un solo corpo -si dice- ma è vero solo in parte: manteniamo per la vita la stessa struttura del DNA e anche quella, a voler esser precisi, viene continuamente modificata da radiazioni, raggi cosmici, agenti chimici, errori di riformazione cellulare. La nostra anima mutevole -se non è privata per strada dalla sua carne- abita nel suo corso sulla Terra molti corpi: quello bambino, quello adolescente, quello giovane, quello maturo, quello di vecchio. Il corpo di quando siamo innamorati e quello in cui siamo in cerca di un amore, il corpo della fatica e del riposo, della sofferenza e del piacere, della dieta e del convivio. L'assommarsi della molteplicità dei corpi propri e dei corpi-merce che albergano nello stesso corpo materiale, il suo sedimentarsi nella memoria intellettuale e affettiva è il nostro corpo, è quello che è nato in un giorno e morirà in un altro per entrare come anima nel mistero e, forse, continuare oltre che nella memoria degli altri anche su qualche altro piano degli eventi. In fin dei conti (Gentile 12) l'unico corpo che abbiamo è quello che sappiamo pensare, sia nella sua prevedibilità che nelle sue sorprese. La  stessa morte in sé è un contenitore vuoto, dipende dallo spirito con cui viene affrontata: "morte" è una categoria che comprende un'infinita gamma di eventi.
Qualcosa di analogo può dirsi del principio: si nasce quando si nasce alla coscienza di se stessi e di altri che ci avevano atteso, ci riconoscono, si ricordano di noi. Il corpo non è oggetto di una coscienza diretta, ci è noto solo come argomento di un'ideazione dell'anima, in fieri all'interno di una tradizione di pensiero.
Contrariamente alla lettura positivistica, la verità del mio corpo è nella sua anima o in quella sua precipua espressione che si attua nel sentire e pensare interiore, per dirla con Duccio Demetrio (Demetrio, 2000): è nel ricordo delle carezze materne che ancor sento nel viso, delle mani di mio babbo sui miei capelli, degli odori, delle puzze, degli oggetti, delle tagliatelle della casa ove sono nato.  E' nel primo totale incontro del mio corpo con una ragazza, è nel primo incontro con la donna che tuttora prego di stare con me per tutta questa vita e, se ve ne saranno, per tutte quelle successive.
Dal mio punto di vista, il corpo ha sede nell'anima, come l'anima nel corpo. Si abitano reciprocamente e con margini di autonomia spesso notevoli: si muore quasi sempre senza volerlo e si vive anche quando; a volte, si vorrebbe essere morti. Ma io non sono soltanto un corpo-che-pensa né unicamente un'anima portata a spasso da un corpo. C'è sicuramente altro anche se questo altro non lo si conosce e -nel clima virtual-materialista della tarda modernità- è perfino difficile da immaginare. Sicuramente questo "altro" non è comprensibile entro lo stato attuale delle neuroscienze.
Sospeso il giudizio sulle fondazioni fisiche dell'attività dello spirito, cercherò di formarmi un'idea sulla verità-per-me (augurabilmente condivisa) del corpo, di vedere il corpo anche -ma anche oltre-  le rappresentazioni dei corpi, poiché il mio vedere non è "puro" ma intriso di stereotipi soggettivi culturali che mi portano a vedere non l'altro corpo ma la mia costruzione culturalmente strutturata del corpo mio ed altrui.
Il mondo, nella sua evidenza mediatica, non è mai stato tanto velato, nascosto sotto gli apparati della visibilizzazione/velamento. Anche il corpo parrebbe che non sia mai stato meno velato di oggi; nella sua evidenza fisica, é vero, ma non nella sua verità meno superficiale. Quello che ci fanno vedere è un'altra cosa. Se a un uomo o a una donna si toglie l'anima, come avviene in gran parte della cultura tardomoderna, non è nemmeno un corpo.
Penso che -dopo la critica al corpo manipolato e prostituito degli ultimi trent'anni di cultura massmediatica-  occorra ripartire  dalla concezione fenomenologica (ma anche gentiliana) di "corpo proprio" come luogo di originaria apertura e intenzionalità al mondo, di formazione dello spazio e del tempo come vissuti, di ideazione di un mondo rappresentato a partire dal proprio esistere e dal proprio essere-ad-altro. Contro gli eredi interessati della radicalizzazione cartesiana della differenza va fatta agire la rivendicazione fenomenologica del soggetto (2)

(2) (E.Husserl "Meditazioni cartesiane", Bompiani; M.Merleau-Ponty  "Il corpo", Armando;  P.Bertolini  "L'esistere pedagogico', La Nuova Italia).

Peraltro, un soggetto senza corpo (dal corpo seriale)  e senza luogo avvertito come luogo dello spirito, senza terra e dunque anche senza cielo, sarebbe anche un soggetto senz'anima, un non-soggetto: il vivere con consapevolezza una corporeità non meramente strumentale può invece fare del corpo vivente un mondo dell'anima e far attribuire un'anima (una storia, una singolare identità e disposizione al futuro) al mondo (3). Io, come corpo e come anima, sono (anche) l'aria che ho respirato, il paese dove sono nato, la casa che ho abitato, la nazione che mi ha cresciuto, lo Stato nelle cui leggi sono vissuto; sono la storia della mia patria, le cose che ho mangiato, il vino che ho bevuto. Ma se la mondializzazione porterà all'estremo indebolimento o più probabilmente alla privatizzazione dello Stato, se la stessa aria agli idrocarburi spirerà in tutto il mondo, se ovunque ci sarà la stessa indifferenziata città, se la biodiversità sarà ulteriormente ristretta e si mangeranno ovunque le stesse porcherie (chiedendo scusa ai bravi suini compagni di avventura), io sarò ancora e che sarò io? L'esule conserva il ricordo di una patria che sa lontana ma esistente ma oggi si rischia di non aver un luogo dove tornare, né una terra nuova ove dirigersi poiché tutte le terre saranno divenute repliche americane, diverse tra loro quanto le Venezie, le Rome, le Parigi ricostruite a Las Vegas. E le donne fotocopiate da Cosmopolitan, tutte snelle, senza un capello grigio fino ai settant'anni e sempre intente a pensare non tanto a un uomo, quanto a un dispensatore di orgasmi.

(3)  G.Gentile "Genesi e struttura della società", Milano, Mondadori, 1954).

7. Il corpo come ambiente, luogo e via di un'esistere pedagogico

L'espressione "esistere pedagogico", per cui comunque debbo i diritti d'autore a Piero Bertolini (Bertolini, 1988) è da me intesa come quel profilo dell'esistenza ove si manifesta la tensione a conoscere (e ad aiutare gli altri a conoscere) le proprie radici, il proprio essere-in-atto per andare oltre, verso la propria identità ventura. E oltre che a conoscere, rendere più profondo, alto e largo il possesso della nostra vita. Il tutto non certo in solitudine ma in sintonia con la storia dello spirito umano espressa nella letteratura e nella ricerca scientifica, oltre che nella tradizione della terra natìa. Si esiste pedagogicamente quando si è impegnati in uno sforzo di autoeducazione che ci porta e porta gli altri che ci sono vicini a seguir virtute e conoscenza  sia nell'anima che nel corpo, oltre le colonne d'Ercole costituite dai grandi ammassi di pregiudizio, in dialogo ma anche in autonomia con l'epoca in cui si é capitati. "Esistere pedagogico" dunque, come riconoscimento e indicazione a chi ci segue delle fondazioni storicamente costituite del pensare; come continuità e avvio al dialogo con l'epoca; come cenno all'avvenire. Ma anche come opposizione al sopravvivere in passiva adesione agli idoli e alle mode del tempo, nell'ignoranza degli orizzonti di senso e nell'autosomministrazione quotidiana degli slogan propinati dai mezzi di comunicazione di massa, dai corsi di formazione in servizio ufficiali, dai luoghi comuni della grande Chiacchiera. Dunque, esistere pedagogicamente come difficile percorso, nel contempo, di integrazione e trasgressione.
TV e riviste a larga tiratura intonano continui inni al benessere; le circolari ministeriali autorevolmente prescrivono l'educazione alla salute come istruzione alla tutela del benessere del corpo e in particolare dei sensi e della sessualità in versione tecnologica. Ma è un benessere di bassa lega, è lo standard di corretto funzionamento dell'uomo-macchina come ingranaggio del sistema produttivo.  
Penso sia necessario sospenderci il più possibile dalla visione mediaticamente diffusa del corpo e dalla relativa industria mondiale; dobbiamo mettere da parte (ma tener scientificamente d'occhio) il corpo-merce da abbellire prima di vendere e da far funzionare sinché non diventa antieconomico per i sistemi delle macroregioni economiche, entità postStatuali in competizione. Occorrono un'altra idea di corpo, una rifondazione culturale e una nuova pedagogia  come teoria dello spettro intenzionale e del suo attuarsi. Occorre rileggere Omero, Lucrezio, inabissarsi e volare con Dante, giocare con L'Ariosto, perdersi con Rimbaud e D'Annunzio, ritrovarsi con Salomone. Attivare l'intera cultura dell'Occidente per capire e godere senza frenesia del nostro corpo
Abbiamo bisogno di una pedagogia tesa a educarlo -variando l'ambiente esterno ed interno attraverso la parola - al rinvenimento o al ritrovamento dell'essere-qui, dell'essere-a, -con, -su, -da -per -tra; solo così il nostro corpo può essere sede di un ben-essere non idiota, non artificioso; di un ben-essere  a sé stessi e agli altri. Una pedagogia potrà essere allora pedagogia del "prendersi cura" ove "prendersi cura" é offerta di situazioni in cui ciascuno possa prendersi cura di sé, è invito rivolto a ciascuno  a trovare una via personale per porsi in cammino sulla propria strada. Il fine non é la normalizzazione dei bisogni e dell'esistenza del corpo ma l'esplicitazione all'altro di un interrogativo più ampio sulle condizioni e sul senso di un'esistenza incarnata. Non lo si vuol "guarire" dalla differenza ma si cerca di aiutarlo a trovare il senso iscritto nel nucleo individuale della sua personalità. Il corpo non può essere oggetto di amministrazione (produzione/modifica secondo norme, selezione, incasellamento,  archiviazione ma complemento di termine di un'invocazione, di un'esortazione di tutto quanto lo riconosca nelle sue autonomie e nelle sue dipendenze. L'approccio amministrativo al corpo esprime quela coltura dimasa che ha dimenticato la terra natia e tratta non solo il sorpo del singonlo ma tutta la Terra non come creatura vivente ma come oggetto ragionieristico, mero dato materiale sfruttabile e violentabile senza altro limite che l’economia di un sistema.
In "Essere e tempo" (Longanesi, 90) Heidegger addita nella "cura" una relazione costitutiva dell'essere come esserci, essere nel tempo e nello spazio; è inerenza ossia scambio relazionale in cui ciascuno riceve qualcosa dall'altro, è anche parte dell'altro. L'inerenza è flessibilmente fondativa del  proprio come dell' altrui arco delle possibilità situate e situanti   di essere in quanto essere-a, qui, ora, con me/noi, in questo frammento di storia, in un reciproco altrove. Prendersi cura é allora offrire plurali indicazioni di senso, intendendosi per senso
"ciò in cui la comprensibilità della cosa si mantiene senza venire alla luce esplicitamente e tematicamente. Senso significa ciò rispetto a cui ha luogo il progetto primario, cio in base a cui qualcosa può esser compreso nella sua possibilità,  così com'é" (ivi, p.389)


8. Il corpo come soggetto di relazione costitutiva di essere come esserci

Il corpo fa una parte importante della relazione/cura con gli altri e della coscienza di sé. Può essere un valido strumento come una trappola. Pedagogicamente posso intenderlo nelle forme seguenti

-  interazione di più soggetti dove l'identità di ciascuno è fondamentale  e disegna la relazione. A sua volta lo stare insieme modifica il volto dei soggetti. C'è circolarità relazionale. Il soggetto (adulto e bambino) deve aver coscienza delle proprie relazioni, sapersi individuare come elemento di un contesto. Lo stare insieme è dato dall'apporto di ciascuno; il gruppo conferisce a ognuno nel corpo e nell'anima- una parte importante del senso della specifica identità. L'essere in un gruppo non è indifferente rispetto all'identità e all'autorappresentazione anche fisica del singolo.

- Relazione etimologicamente significa l'agire di un "nuovo legame", di un sempre nuovo modo di essere legati ai soggetti con i quali si interagisce.
In una relazione autentica, nulla è statico, tutto diviene, tutto procede. L'essere in relazione cambia di continuo; è movimento che raccoglie il passato e pone il nuovo. E' continuamente connesso all'evoluzione dei soggetti.

-  Non c'è relazione che non leghi, che non limiti in qualche modo l'incondizionatezza della sfera d'azione. Ma in un contesto relazionale (non meramente rapportuale) all'origine del legame c'è un atto di scelta e un atto che  può essere annullato,  seppur non senza costi emotivi, dalle parti che hanno costituito il legame e loro stesse dentro il loro essere reciprocamente curanti.

-  Il legame, la dipendenza positiva ci danno forza interiore, ad es. nell'allontanarci da relazioni limitanti o consentono di resistere nell'autonomia intellettuale. Curante e' la relazione che conforta, che segnando dentro (insegnando), indica il sentiero interno e esterno che il soggetto dovrà compiere.

- La relazione curante tra i corpi e/o le anime non è solo qualcosa di necessario alla vita affettiva, estetica e intellettuale del soggetto, è la vita stessa, è il nostro essere, in quanto ";essere-a-noi", "essere al mondo", "essere ad altro" .

- La relazione/cura è fenomeno originario perchè siamo soggetti che vivono nel mondo con altri e con altro. Non è l'individuo isolato che stabilisce relazioni, è la relazione che stabilisce chi sono. Nel processo relazionale si costituisce il sé corporeo e spirituale.   
Noi siamo ciò che siamo anche grazie alla fiducia che ci è stata accordata; per questo è indispensabile aver fiducia nell'allievo e viceversa; fiducia vuol dire mantenere una continua, positiva profezia sul futuro della relazione.

- Si tratta di formare un nucleo interiore di stabilità dinamica che permane pur nel mutamento.
Io so di me anche grazie a qualcuno che mi dice chi sono. Ho bisogno di uno specchio  in cui riflettermi. Da solo/a non riesco a dirmi.

- La scuola deve essere un luogo di vita e di cultura in cui esiste la possibilità di dare e di ricevere.
In ogni scuola la qualità della vita dell'insegnante è strettamente connessa a quella del bambino; non si può star bene se l'altro sta male e il benessere dell'altro è per converso condiviso da chi gli vuol bene. Stanchezza, demotivazione disagio di un insegnante, per quanti sforzi faccia per dissimularli, sono con-vissuti dai bambini.

- Nella  relazione curante, l'altro-bambino è concepito come soggetto del sentire e del pensare, non solo dell'apprendere e del rispondere "correttamente". E' presenza attiva e sensante e le relative intenzionalità vanno considerate come elementi che costituiscono la stessa azione educativa.

- L'adulto deve porsi e essere avvertito sia come qualcuno da amare che come qualcuno da superare; non può essere un limite statico al cammino.
Questo alternarsi di avvicinamenti e distanziamenti è lo spazio in cui si realizza l'autonomia del soggetto.

-- La relazione educativa che inizia nelle scuole non ha termine; in forme diverse per intensità e durata continuerà per tutta la vita. Ciascuno di noi porterà dentro per sempre le parole dei maestri che hanno parlato alla nostra mente e al nostro cuore come peraltro la freddezza  dei docenti che non ci hanno mai saputo parlare o la cattiveria di chi non aveva che la scuola per rifarsi del gelo complessivo della sua esistenza.

9. Percorsi

I percorsi potrebbero essere i seguenti.

-Passare dalla  semiotica (descrizione/spiegazione dei segni, dei "dati") all'ermeneutica , comprensione/comunicazione dei  "dati" in quanto origine/manifestazione di vissuti (4).  

(4) (v. U. Galimberti " Il corpo", Feltrinelli, e M. Dallari "Lo specchio e l'altro" la Nuova Italia)

-Rinuncia ai modelli descrittivi (5), diagnostici e terapeutici (figure sintagmatiche seriali, offerte alla replica da parte d'altri), invenzione di scenari.

- Vedere il corpo anche come autobiografia , racconto del Destino e dunque come sapere narrativo, che compone con linguaggio rigoroso una costellazione sterminata di esperienze in una materia di storie di con-vi-venza col proprio corpo e di consuetudini di cura. Un'autobiografia che non va "educata" (a uscire dai propri limiti, a far vela verso i propri, individuali orizzonti) con esercizi che non siano anche esercizi dell'anima.  
Smettere dunque di pensare al corpo come ad una macchina buona per ottenere risultati o un servo-computer e alla psiche come a un supercomputer. Smettere di ritenere che sia possibile il governo degli eventi corporei prevalentemente attraverso la programmazione razionalistica della materialità (o addirittura la biochimica, l'ormone della crescita etc.).

-L'insieme variamente ordinato/disordinato corpo/anima non é determinabile né programmabile e solo parzialmente prevedibile. Risponde agli stimoli psichici e fisici non automaticamente ma in modo relativamente e mutevolmente autonomo.

-Sviluppare -dimettendo la frenesia dell' agire o del “vincere” e il pensare subordi-nato all' azione e alle possibilità di riconoscimento- capacità di meditazione e riflessione sulla propria identità globale

-Riconoscimento della centralità del soggetto del benessere e della sofferenza: l' entropatia (figurarsi, restando se stessi e non presumendo troppo, come l' altro può vivere la proposta che stiamo per fargli) é la base di partenza dell' aver (in) cura qualcuno come educatori

-Valenza di invito: apertura all' agire altrui nel "nostro" spazio esisten-ziale e professionale. Lasciar accadere e lasciar essere, rimuovendo attivamente gli ostacoli all' autorealizzazione della corporeità in noi stessi come negli altri.

- rinunciare agli obiettivi, ovvero al lavorare per risultati immediatamente riscontrabili e.......vendibili sul mercato di riferimento.

-Imparare a conoscere i limiti oltre cui l'azione-per diventa un'azione/agitazione-su

(5) Nota sullo schema corporeo

Anche in varie scuole materne coinvolte in una ricerca dell'IRRSAE Marche si potevano osservare belle attività di educazione alla corporeità irrigidite culturalmente e anche didatticamente  dalla sub-categoria didattica di "schema corporeo". Lo "schema" corporeo é un termine sbagliato (usato fuori dell'accezione kantiana di regola dell'intelletto per determinare l'intuizione secondo un concetto) e meccanicistico con cui intendiamo indicare l'idea del corpo così come appare a ciascuno di noi, a partire dalle esperienze primarie e culturali dell'essere-corpo.
Meglio vedrei il termine (con ampia gamma di significati annessi) di auto-immagine corporea, in quanto tratteggio di una figura, immaginazione, costruzione e demolizione attraverso i sensi e le passioni, gli scenari culturali  (con un minimo d'integrazione e un massimo di differenziazione dalle mode), il raccordo tra la totalità e le parti, l'esperienza e la consapevolezza delle possibilità e dei limiti; l'esperienza e la comprensione nel non-io e nell'Altro


10. Creare nella scuola condizioni per vivere il corpo e per non perdere l'anima

In un'educazione attenta al corpo come luogo e fondazione dello spirito é più giusto programmare o progettare? Oppure programmare all'interno di un progetto?
Penso da una dozzina d'anni che se il tipo di progettazione attualmente promosso dalla pedagogia ufficiale e più o meno diligentemente applicato nelle scuole non contiene più spazi adeguati al potenziale di progettazione delle differenti realtà scolastiche, delle loro storie e aperture al futuro, occorra definitivamente superare la programmazione.  E' questa una tipologia progettuale che non appare adeguata alla millenaria eredità della tradizione pedagogica e, ora, anche alla sfida qualitativa  che settori sempre più ampi della ricerca pedagogica o/e della stessa società rivolgono alle nostre istituzioni educative.  La programmazione non esprime più  la cultura e gli scenari epistemologici della ricerca più avanzata, né é mai riuscita a entrare veramente in dialogo con le tradizioni  e gli assetti progettuali dei vari tipi di scuola, le ricche risorse di cultura, umanità e vocazione pedagogica che ponevano (e, nonostante le varie campagne diffamatorie di stampa, continuano a porre) la scuola italiana in posizioni di primo piano.
Pensare ed esistere nella scuola in forma attiva, libera e autentica -ovvero culturalmente approfondita, scientificamente fondata e costantemente attenta alla fenomenica educativa- comporta un processo di generazione delle idee che non può essere auto-referenziale: i nostri riferimenti, principalmente filosofici, li abbiamo trovati nell' idealismo gentiliano, nella fenomenologia del secondo Husserl, nell' ermeneutica di Heidegger e di Gadamer.
 La lettura di grandi autori é vitale ora che stanno per andare a pieno regime le macchine dell'omologazione e dunque della mortificazione degli spiriti liberi (a cominciare, sembra, dal Servizio nazionale di qualità dell'istruzione se prevarrà l'idea vertecchiana): il corpo rischia di non essere più quello, vario e differente, di ciascuno di noi ma quello dei designer dell'industria. I bambini si immagineranno di essere da grandi come Ken, le bambine come Barbie. E immaginar di diventare é già un cominciare a essere.

No a un'educazione del corpo come “competenza” accertabile per obiettivi e verifiche  -   La prima critica alla corrente educazione motoria riguarda concetto e uso dell'obiettivo, termine essenziale in ogni discorso di programmazione, irresistibile calamita (ma anche buco nero) di ogni intenzionalità pedagogica e didattica. L'obiettivo può rappresentare una valida idea regolativa quando si debbano produrre oggetti, quando ciò che vale non è il soggetto produttore ma l’oggetto da immettere sul mercato.  Modello valido per organizzare la produzione di beni materiali come automobili o computers, o per fabbricare i mastini dei corpi speciali (Navy SEALS, Folgore etc.) , l' "obiettivo" non lo é per un bene essenzialmente spirituale  come l’educazione.  Educare é  essenzialmente aiutare l'auto-educazione, l'attività dello spirito e del corpo individuali; é differente nelle radici, diversa nell'assetto intenzionale.                            
Avere tanti obiettivi e lavorare con diligente accanimento affinché i ragazzi li conseguano porta facilmente alla frantumazione del sentimento del corpo, del sentirsi esistere.
.
2 - La "verifica" -  Il sapere oggi prevalente, (l’ideologia economicistico-tecnologica) in ossequio ai comandamenti dell'etica tardomoderna (efficienza, efficacia, produttività) ha esteso l'obbligo della verifica a tutti gli ambiti dell’esistere pedagogico, fino agli stessi spazi della gratuità e del gioco.
Proporrei in opposizione le seguenti considerazioni:
a) Nelle scuole non si producono oggetti. Si cerca di offrire il contesto migliore affinché i soggetti stiano bene con se stessi e gli altri e possano trovare la diversa forma, anche fisica, che li attende.
b) Penso che per gli aspetti di più profonda rilevanza non sia possibile una verifica “oggettiva” ma semmai un'affermazione di riconoscimento da parte di uno o più soggetti dell'ineludibile carattere soggettivo-intersoggettivo, interpretativo, non classificatorio, narrativo e non descrittivo, eticamente ed epistemologicamente maturo del valutare i soggetti nelle loro differenti condizioni di eredità e nelle loro singolari aperture all'avvenire.

11. Corpi (e anime) fuori standard

Penso che la teoria pedagogica sul corpo dovrebbe lavorare proprio sul profilo della diversità e della differenza, che paradossalmente costituiscono il principale punto in comune fra tutti gli umani, portatori che essi siano di possibilità e di deficit conclamati o inevidenti. Nell'epoca della grande omologazione massmediale, della sudditanza della scuola e dell'università ufficiali al modello tecnocratico e standardizzante, penso dobbiamo percorrere insieme a coloro che ci sono affidati le vie della differenza e della diversità. Sono spesso viae crucis, ma è solo attraverso queste che si può scoprire il soggetto nella sua autenticità, e noi stessi con lui.
Differenza  e' il vario peso/levità  e qualità della storia che ci si porta appresso. Lo stato dell' essere con la relativa massa del pregiudizio, del precompreso, del precostituito nel frazionato continuum culturale/subculturale di appartenenza. Diversità e' la varia intenzionalità, i richiami che vengono dal futuro del soggetto e della cultura; le gravità esercitate dalle masse di senso in formazione. La forma non compiuta che preme al di sotto e al di sopra delle evidenze. L'insieme delle energie che attivano i fenomeni del campo soggettivo e culturale.
Occorre oggi cercare di pensare l'Altro e in particolare quell'altro più altro in quanto per i suoi deficit e le sue ricchezze differisce dallo standard come apparizione di una corrispondenza interna/esterna all' io che ne fa materiale di costruzione di una identità ulteriore.
Pensare ai quasi-altri (gli altri che mi sono vicini) e gli altri in senso proprio, quelli che, non appartenendo al mio immediato mondo-della-vita, poco influiscono sui miei luoghi di vita e sui miei processi di produzione di significato. Ripensare alle differenze vissute come negative, allo scacco (6), all'insuccesso.
 

(6) Lo scacco 
E' un perenne compagno dell'esistenza umana, casualmente affezionato ad alcuni più che ad altri; ma la sua maggior significatività, la sua portata depressiva sono anche dei prodotti della calvinistica e tardomoderna ideologia della Norma e del Successo: non c'é in fondo vero scacco se non c'é obiettivo eteroindividuato e accettato e interiormente avvertito come segno della grazia divina  o, laicamente, come elemento di giudizio del valore della persona. Non c'é scacco assolutamente determinante la vita del soggetto se c'é senso, ovvero una direzione intenzionale della coscienza orientata a un fine autoindividuato e indeterminato, i cui tratti fondamentali si scorgono ma non si conoscono, anche perché mutano con il procedere del soggetto nel campo prospettico reciprocamente costituentesi.


Un esempio delle espressioni didattiche di questo approccio può consistere nel prevalente rifiuto delle pratiche consistenti nel conseguimento di obiettivi stabiliti senza coinvolgimento dell' intenzionalità dell' allievo e talvolta neppure dell' insegnante, in questo caso ridotto o peggio autoridotto a mero burocrate dell'assistenza. Il lato più importante nell'insegnamento può consistere invece nello scatenamento delle potenzialità dell' interazione tra soggetti attivi,,  autori e non amministratori del proprio sapere e della propria identità .
Penso occorra passare da una didattica dell' integrazione (assimilazione ai modi di pensare, sentire e comportarsi tipici dei soggetti "normodotati") e della prestazione (conseguimento di un obiettivo) a una didattica della soggettualizzazione.
L' esperienza didattica, se mai lo é stata, oggi non é più contenibile o riducibile da apparati teorici di ordine normativo e tendenti a ignorare i limiti e le risorse delle specifiche articolazioni della differenza e della diversità.     
Il contatto con la "differenza" é per ogni educatore un'occasione di conoscenza, di formazione  e di maturazione; ma é anche ineludibilmente, oltre ogni retorica, anche un confronto con il limite e con il dolore particolari, con la specificità del contrarsi dell'esistenza. In particolare stare accanto a chi deve rappresentarsi il mondo senza gli strumenti fisici per percorrerlo, vederlo, ascoltarlo, comprenderlo é condividerne a tempo pieno (genitore) o parziale (insegnante) un'ampliamento delle prospettive ma anche -fuor di retorica- un disagio variamente amplificati dalla conoscenza e dall'amore. Condivisa la condizione, dobbiamo far avvertire al soggetto della differenza/diversità che fa soffrire la percezione del suo autonomo valore, della originale bellezza del suo corpo/anima, della certezza del nostro amore anche entro un mondo che potrebbe non amarlo.
Raggiunto il luogo di prossimità alla differenza radicale, che quasi sempre é luogo di serenità e/o di sofferenza qualitativamente diverse, il compagno di strada del disabile può guardare il mondo e chi vi si agita come dall'altrove, configurando con occhi altri e, se è fortunato, più sereni il senso e il non senso della vita umana. E può dall'altra parte indirizzare a chi abita al centro del mistero, oltre il cerchio della luce ordinaria, il messaggio di un diverso sentimento di sé, raggiunto attraverso la consapevolezza della sua povertà di precario "normale".   E si potrà vivere -forse- con partecipazione e serenità la nostra prossimità alla distanza.

12. Sulle pratiche per aiutare il soggetto a cavarsela, nonostante tutto

Niente, in quel che ho appena scritto, di più lontano dalla mentalità "vincente". In modo sempre più stringente ogni pratica educativa consiste nell' intervenire (ti pago perché tu faccia con il bambino qualcosa che mi serva), affinché il soggetto raccomandato dal "cliente" acquisisca la competenza utile a un buon inserimento e si conformi al progetto totalizzante del sistema centrato sull'economicismo (modello teleologico che ho altrove definito del "piccolo yuppie"). Alla modellazione del piccolo, spesso palestrato "yuppie", provvedono un piccolo professionista (l'insegnante) e un piccolo manager (il Dirigente scolastico che ha letto Romei e/o si é entusiasmato per la Qualità Totale e i corsi da superdirigente).
 Abbiamo (noi del gruppo di ENCICLOPIADINA, versione romagnolo-marchigiana di Encyclopaideia)  preferito promuovere una disposizione di costruttiva attesa  degli eventi della soggettualità: evocare intorno al bambino i tempi, gli spazi, gli oggetti, le occasioni per gettarsi verso l'alto  e appropriarsi della sua libertà dell'essere -e dunque dell'essere-corpo- che lo attendono. Certo, in questo suo gettarsi non lo lascieremo solo.
Educare non é produrre risultati (l'allineamento dei soggetti sugli obiettivi prestabiliti); é aiutare l' Altro a realizzarsi. E' un agire ( non un agitarsi ) nella cultura mosso dalla speranza di restare, pur relativamente, liberi. Attendere é attesa dell' accadere, non rassegnazione al Nulla sistemico. E' una forma di invito  ma non al solo starsene fermi (che pure ogni tanto......)  bensì anche all' andare oltre.

-  Si opera affinché intorno al bambino si costituisca, e sia dallo stesso avvertibile, un positivo campo di attese. E' per l'insegnante il momento dell' ascolto, momento che per noi deve precedere, non seguire, la lezione. Quasi sempre, il bambino va non dove lo si spinge ma dove lo si attende, magari a braccia aperte.
 Si deve cercar di offrire un' indicazione di senso all' attenzione e all' intenzionalità affettiva intellettuale e corporea del bambino senza determinarle. Senza intelligenza e indicazione del senso ogni pratica, educativa e non, é letteralmente e semanticamente insensata.
 Si cercano argomenti, storie, luoghi per cui narrare  le vicende della conoscenza e del sentimento del corpo. Insegnare non é tanto mostrare quanto raccontare. Individuato, molto tempo prima della trattazione didattica, un argomento di grande portata culturale, lo si studia a lungo individualmente e ci si confronta su quanto lo studio abbia significato per ciascuno e per tutti in termini di maturazione spirituale (trasformazione dell’anima durante il passaggio attraverso i territori evocati dal libro e/o dall'esperienza pratica);
-  Con gli alunni e i colleghi si parla di quel che si é fatto insieme. Lungi dal voler "verificare oggettivamente"  si valuta non "su"' ma "con"; non da soggetto a oggetto ma da soggetto a soggetto. La valutazione porta i soggetti insegnanti e discenti a togliersi dai precedenti confinamenti interpretativi. Si invita cioé a una valutazione senza pretese verificazioniste, che valorizzi la soggettività del valutare e la apra non all’oggettività (chimerica, causante violenti stravolgimenti dell’identità) ma a una possibile intersoggettività.
 Si riflette infine (ma lo si sarà fatto sempre) su quanto sia mutata la nostra visione per effetto delle esperienze compiute. Un esperienza didattica autentica non può cambiare solo nel bambino lo stato dell'esistenza e della conoscenza .


Approdi

-I sentieri che portano all'identità e all'autotrascendenza con fatti d'erba come di ardesia, di tartan come di carta. Chi li percorre deve capire che non finiranno mai, che non ci sono traguardi definitivi, ma che essi aprono alla possibilità di non avere fine. Niente di ciò che è espressione dello spirito è mortale; nemmeno i corpi, nemmeno le cose se qualcuno con sguardo consapevole e coesistente le accoglie nel suo pensare.

-Nella cultura alta  il corpo é pensato non come accessorio, "divisa" per gli stands del Mercato o comunque strumento, ma come regione fondazionale dell'esistenza, nell'intera estensione di questa. La sua educazione -sia essa chiamata ed. motoria, fisica o sportiva- é presentata come aspetto essenziale (generativo) affinché il soggetto pervenga alla conoscenza, alla pienezza e all'autotrasparenza di un suo (felice) esistere-a- sé stesso e agli altri.

-Contro il corpo-merce imposto dal sistema informativo-manipolativo globale e “l’uso competente” delle didattiche efficientiste, la scuola deve offrire ai ragazzi l'esperienza e la conoscenza del corpo-proprio, luogo individuale dello spirito, spazio a una permanente epifania dell'anima, fondazione dell'esistere pedagogico come rendere onore (e tutelare) l'eredità dei millenni e l'annuncio di quelli venturi, come difficile ma necessario integrarsi e trasgredire, guadagnandosi una propria identità.

-Nella riconfigurazione in corso dei saperi di base, augurabilmente -ma ne dubito- svincolata dall'ossequio alle mode di massa, la scuola dovrebbe tornare a un progettare in educazione più attento al corpo, superando l'intellettualismo dei programmi '85, le tassonomie e i meccanicismi della programmazione. Sottraendosi ad alcuni vizi del tardomoderno (materialismo, economicismo, efficientismo, frenesia, prestazionalismo), dovrà disegnare un quadro teorico/pratico per una educazione del corpo sottratta alla marginalità e riportata alla sua fondazionalità e centralità nel contesto pedagogico.

Per conseguire un corpo proprio, occorre avere un proprio pensiero, pensare individualmente entro e fuori la cultura dominante. Un curriculum per il corpo non dovrebbe essere derivazione di un pre-pensato ma discorso in atto, animato da tensori interni ed esterni e che si attua come percorso indagante, consapevole della prossimità a molteplici radici degli eventi, allocabili nella pluralità degli spazi e dei tempi, che ci sono ignote.  Un curriculum di educazione al corpo é essenzialmente un vettore  che attraverso porte talora semichiuse e proponendo sistemi simbolici unitari riprende il carattere organico e armonico ma sempre incompiuto del pensiero che con dolore e gioia, ma sempre con fatica, si fa corpo e del corpo che si fa pensiero.

Non sai dà corpo senza un mondo, né un mondo senza un corpo che ne ospiti il pensiero. Sapere del corpo non é essenziale solo per la conoscenza del corpo stesso ma per l'intero fronte dei saperi "alti". Il sapere non è solo un fatto di astrazione: richiede in qualche modo il partecipare della cosa conosciuta, uno stato di pre-comprensione della stessa. Gli elementi del mondo, gli oggetti della matematica, della storia, della geografia, delle scienze vanno non solo avvicinati secondo  il pensiero simbolico (e tanto meno con i soli schematismi programmatori), ma anche nell'intero fronte dell'esperienza: vanno -insegna Rousseau- ove possibile guardati, sentiti, percorsi, toccati, spostati. Il corpo è anche condizione e via dell'apprendimento generale, della creazione di nuovi pensieri. Il docente di educazione fisica deve dire la sua nella progettazione didattica complessiva di tutti i saperi.

Come la conoscenza del mondo non può avvenire che valorizzando la valenza cognitiva del corpo, così la conoscenza del corpo non può avvenire senza l'attivazione degli altri saperi: il corpo va raccontato e interpretato secondo letteratura, cantato nella musica, rappresentato nella storia dell'arte e disegnato, misurato secondo matematica, descritto e analizzato secondo le scienze del mondo fisico. L'educazione al corpo non può essere affare solo dei professori di educazione motoria.

L'impostazione intellettualistica che prevale nei programmi vigenti per tutti gli ordini di scuola (fatta eccezione per gli orientamenti della scuola dell'infanzia) andrebbe rivista tenendo conto che il corpo è la struttura originaria dell'esistere e del conoscere e non può essere educato senza il concorso degli altri saperi. In attesa, le scuole potrebbero avviare progettazioni educative che restituiscano al corpo -illuminato dall'insieme dei saperi- la sua valenza pre-comprensiva e fondazionale come quella di conferma diretta.

                                g.b. (gbose@tin.it)


Patocka, 1965   -    Jan Patocka, Per la preistoria della scienza del movimento: il mondo la terra, il cielo e il movimento della vita umana, 1965. Letto in aut aut, n.299-300, Settembre-Dicembre 2000

(Riefkin 1999) Il secolo biotech

(Illich, I978) : Nemesi medica, Mondadori, Milano, 1978).

Gentile 1916 " Teoria generale dello spirito come atto puro" ora in Opere filosofiche, Garzanti, Milano, 95

Demetrio, 2000  Duccio Demetrio "Leducazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva  La Nuova Italia RCS, Milano, 2000

Corradini/Testoni, 1999 - . Luciano Corradini/Ines Testoni (a cura di) Il corpo a scuola  Edizioni Seam, Fornello ,1999

Bertolini 1988 - Piero Bertolini  L'esistere Pedagogico,  La Nuova Italia, Firenze, 1988

Bibliografia

Piero Bertolini  "L'esistere pedagogico", La Nuova Italia, Firenze, '88
Gabriele Boselli "Postprogrammazione",  La Nuova Italia, Firenze, '91, Œ98 2.a
K.Campbell  Il corpo e la mente Armando, ROMA  1976
Agostina Melucci (a cura di) "Innovazione", Il Segnalibro, Torino, '97
M. Argyle, Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli
Antonio Erbetta, Educazione ed esistenza, Torino, Il Segnalibro
P.Bertolini L'esistere pedagogico  La Nuova Italia, Firenze, 1988, '90 2.a
N.Filograsso I dilemmi dell'educazione nella società acentrica  Quattroventi, Urbino, '97
M.Pomi Gli stupori di ego   Il Segnalibro, Torino, '97
S.Spinsanti Il corpo nella cultura contemporanea  Queriniana, Brescia, 1983

La rivista ENCYCLOPAIDEIA, ed. CLUEB, Bologna
La rivista elettronica "POSTPROGRAMMANDO" (www.cadnet.marche.it/postprogrammando/3)


html a cura di Volfango Santinelli