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Gabriele Boselli
Il
corpo nella cultura di massa
e nell'esistere pedagogico
Sintesi
Il corpo che il sistema informativa globale ci porta a enfatizzare
non è il nostro. Oggi nella cultura prodotta dai network
dell’informazione/spettacolo per le masse- il corpo é un oggetto
privo di anima, che sta, insiste nel mondo ma non si dà un mondo,
non è via propria attraverso cui il soggetto possa aprire
autenticamente al mondo dei fenomeni. Il corpo e’ imposto come un
prodotto tecnico, un elemento dell'immagine destinata al pubblico,
un accessorio didattico o nel lavoro prestazionale. Va curato perché
istruito dalla palestra, dai farmaci o domani dall'ingegneria
genetica consente apprendimenti (prendere da) o perché una
bella presenza consente a esili ragazze e palestrati giovanotti un
più facile e forse fortunato accesso a posizioni vantaggiose. Ma
non se ne ha, nell’accezione heideggeriana, cura.
Il corpo é non solo uno strumento; non soltanto una macrocategoria
dell'esistere; é un profilo fondazionale del nostro essere, una
espressione di quella interrogazione essenziale che rivolgiamo al
mondo con il nostro stesso esserci. L'essere-corpo, il pensarsi
attraverso il corpo é generativo, ma non necessariamente
conclusivo, del nostro essere e costitutivo del mondo. L'importante
non é avere o educare un corpo superefficiente e mentalmente ben
"attrezzato" da spendere sul mercato, nel bordello globale
dell'economia del Mercato unico mondiale. E' avere un corpo proprio,
muoversi sulla terra-terra sotto il cielo-cielo, trascendersi
infinitamente.
L'impostazione intellettualistica che prevale nei programmi vigenti
per quasi tutti gli ordini di scuola andrebbe rivista tenendo conto
che il corpo è la struttura originaria del conoscere e non può
essere educato senza il concorso degli altri saperi. In attesa, le
scuole potrebbero avviare progettazioni educative che restituiscano
al corpo -illuminato dall'insieme dei saperi e illuminante gli
stessi- la sua valenza pre-comprensiva e fondazionale.
1. Storia di un paese, di un orto e di una scuola
Non vorrei fare l'elogio del buon tempo andato, né
toccare le facili corde della nostalgia ma non vorrei neppure, per
evitare questo, dover tacere su trasformazioni profonde
dell'ambiente e del soggetto umano in questi ultimi cinquant'anni:
mi pare un fatto che, per cominciare, siano quasi scomparsi i paesi.
Un'unica indifferenziata metropoli ha ricoperto la terra d'Italia e
i territori densamente popolati d'Europa invertendo il rapporto di
destinazione dello spazio tra città e campagna. Paesi residui,
borghi, frazioni senza più terra circostante vengono velocemente
ingoiati dalla Città globale o si cittadinizzano, con tanto di
atmosfera al benzene, condomini ovunque uguali, villette con rialzo
di terra e nanetti, supersnodi stradali e maxi posteggi e
ipermercati. In questa città senza limite masse di lavoratori
sempre più precari e sempre più cretinamente individualisti fanno
gli "straordinari" (tra virgolette in quanto abituali e
obbligatori) per comprare ai figli e a se stessi la
Playstation 2 e perfezionare il proprio processo d'imbecillimento.
Torneranno la sera in loculi sempre più piccoli e trascurati (tutte
le energie sono per il lavoro, sennò si salta) dove i bambini non
ci sono o se ci sono danno fastidio agli altri condomini: nel
condominio, comunque, se c'è uno spazio all'aperto, è per le auto.
Qualche orto si trova solo tra i fiumi e gli argini, nella diffusa
speranza che una piena se lo porti via, insieme a quei pensionati
palla-al-piededell'economia che li coltivano. La gente comune è
mogia, l'elite del potere (economico) sempre più ricca e
sprezzante; i televisori sono sempre accesi. Molti ascoltano musiche
aliene; nessuno canta.
Io sono nato mezzo secolo fa in un paese, Savignano sul Rubicone,
tra i due paesoni (allora) di Cesena e Rimini. Il paese aveva un
baricentro relazionale, la piazza, non ancora coperta da auto. In
casa mia non c'erano termosifoni, né televisore né un vero bagno
ma un ampio prato accoglieva i giochi di noi ragazzi. Il
nostro corpo non era un fastidio da contjngentare in ore del giorno
congrue al riposo del guerriero industriale che "devo
lavorare".
Fino agli anni sessanta, in molte scuole elementari e materne
d'Italia c'erano gli orti. Gli scolari più piccoli guardavano le
"loro" piantine crescere; noi, più grandi, vi
apprendevamo l'uso della vanga, della zappa e di altri faticosi
attrezzi agricoli su cui forse -continuando- avremmo speso la vita
con maggior profitto dell'umanità. A scuola come a casa, dove ci si
muoveva tutto il giorno, si correva, si giocava nei campetti,
s'imparava di avere un corpo e di stare su una terra perché il
corpo era un modo di essere-al-mondo, una regione dell'esistenza con
ampia e continua rilevanza quotidiana. Di notte il cielo non era
abbagliato dalle luci, mio babbo mi indicava le costellazioni e
raccontava di un tale che aveva ritrovato la strada grazie alla
stella polare.
Poi, in trenta-quarant'anni, il paese si è dilatato senza crescere
nelle sue strutture di relazione umana, alle scuole in muratura con
ampio giardino si sono affiancate quelle in amianto con parcheggio
per insegnanti "pony express" (quelli che fanno servizio
in più plessi). Le scuole di campagna -dov'era agevole educarsi
come corpo in relazione con la terra e il cielo- sono state chiuse
per la cosiddetta "razionalizzazione".
Arrivò dall'America la programmazione, vennero le “verifiche”,
le "prove oggettive" e i rituali della collegialità;
nell'intristimento generale montagne di intellettualistici obiettivi
da scalare quotidianamente assorbirono ogni energia di maestri e
alunni. L'orto della scuola si disseccò (non c'era più tempo per
coltivarlo, premevano gli obiettivi didattici generali e specifici)
e il suo spazio fu destinato ad ampliare l'asfalto. Dall'Ufficio
studi della Confindustria, dal connesso Ministero della P.I. e dalle
riviste didattiche trendy venne la disposizione di imporre agli
alunni , per fortuna inutilmente, di smetterla con i vaghi e
improduttivi pensierini e di passare a compilar schede e poi schede
e poi ancora schede che confermassero il puntuale raggiungimento
degli obiettivi prestabiliti nelle sempre crescenti carte
programmatorie. Si trattava ormai di forgiare la futura fanteria del
mercato unico mondiale, carne da dollaro da scatenare, con le armi
di un corpo ben standardizzato, del computer e della lingua
americana, nei campi di battaglia dell'economia globalizzata.
Il mutamento del mio paese e della scuola di Savignano,
fortunatamente costellato di vivaci e solide nicchie di resistenza
messe in atto da concittadini e insegnanti di buone letture,
accompagnava del resto la mutazione del mondo: ogni anno la macchina
dell'economia diveniva sempre più cogente, divorava risorse non
riproducibili; passo passo la Terra accumulava le premesse per
diventare -forse tra pochi secoli- un caldissimo deserto simile a
Marte. Insieme al pianeta i cui cieli nei giorni di sereno mostrano
le ferite inferte dai jets, il corpo dell'uomo diventava sempre meno
Natura e sempre più un prodotto della Tecnica.
Oggi il corpo di un uomo senza-Terra e senza-Cielo e dal Movimento
corporeo strettamente funzionale (Patocka, 1965) é un elemento
dell'immagine destinata al pubblico, un accessorio didattico o nel
lavoro prestazionale. Va non curato ma trattato e presto anche
geneticamente modificato affinché consenta apprendimenti o perché
una bella presenza agevoli a esili ragazze e palestrati giovanotti,
con o senza creatina, un più facile e forse fortunato accesso a
posizioni vantaggiose. Il corpo é uno strumento; non una categoria
dell'esistere, un profilo fondamentale del nostro essere.
L'essere-corpo é intrinsecamente irrilevante; l'importante é avere
un corpo super efficiente da mostrare negli scenari della
virtualizzazione del mondo fenomenico, nel bordello globale
dell'economia del Mercato unico mondiale, nel nuovo e privatizzato
stato totale senza Stato (1).
(1) Per "nuovo e privatizzato stato totale senza
Stato" intendo la condizione strutturata da apparati
costantemente ricostruiti ad hoc, riconosciuta prevalente in tutto
il mondo, organizzativa dei rapporti tra i soggetti sostanzialmente
attraverso norme di fatto dettate dalla struttura economica. Come lo
Stato classico, lo stato tardomoderno intriso di ideologia del
"Privato" non riconosce dipendenza da altri aggregati
statuali o assetti etici (è più che mai sovrano); è in
grado di determinare più di ogni altro stato storicamente esistito
la condotta personale attraverso apparati di costruzione del
consenso (network informativi) e di deterrenza (licenziamento,
fallimento reale).
E' totale sia perché copre tutta la Terra, sia perché nulla
d'importante sfugge al suo controllo, operando con i meccanismi del
condizionamento economico nell'anima stessa dei cittadini. Essendo
mondiale, non riconosce gli stati nazionali e tende per organizzarsi
in macroregioni economiche transitorie in cui non esistono diritti
se no per la forza economica che li avvalora.
Si legga in proposito il n.299-300 di aut aut, Settembre-Dicembre
2000
Con l'enfatizzazione e la vendita di un corpo non-corpo, ovvero
senz'anima, propria dell'imago mundi tardomoderna, il corpo
acquista prezzo (nel caso dei calciatori, anche una ventina di
miliardi a gamba) ma perde valore, se per valore intendiamo qualcosa
che appaia meritare un impegno disinteressato e riferito non
alle circostanze ma a fini che coprono un larghissimo arco storico.
Nel momento in cui si esalta il prezzo del corpo, se ne stanno
creando anche le premesse per la sostituibilità e l'inessenzialità.
Nell'universo virtuale il corpo è immagine precaria, fascio
di elettroni su uno schermo, può essere sostituito da un attore
virtuale che non abbia le imperfezioni di tutto ciò che esiste
davvero. I corpi-corpi vengono consumati rapidamente dagli apparati
del MUM e l'anima e la cultura millennaria che vi albergano sono
disconosciute; si perde così sempre più spesso la possibilità per
l'individuo integro di essere intero (e immortale), di costituire un
insieme di anima e corpo viventi, nello Spirito (Gentile 1916).
Per fortuna lo Spirito è immortale e chi -anche per virtù
dell'educazione- ne è consapevolmente parte avrà comunque vita
entro e oltre i confini dell'epoca.
2. Il corpo nei saperi tardomoderni: come si
razionalizza l'alienazione tecnico-economica
Sono anni di massiccia banalizzazione culturale
indotta dai padroni dei media e di prepotente, generale affermazione
del non-pensiero (Boselli, 2000) ma anche di notevoli progressi
delle scienze. Vi è stata grande evoluzione di alcuni dei saperi
che hanno per oggetto il mondo organico e il corpo umano in
particolare: biologia, genetica, medicina (Riefkin 1999) Il secolo
biotech) stanno ricevendo forti finanziamenti per ridurre
l'intervallo tra la formulazione della teoria e le applicazioni
pratiche o per lo sviluppo di teorie utili o almeno compatibili con
le esigenze delle multinazionali del ramo. E' nata l'ingegneria
genetica, l'insieme delle competenze tecniche per l'allestimento su
commissione di animali e piante non esistenti in natura, nonché di
pezzi di ricambio per l'uomo. Non passerà molto che qualche
miliardario commissionerà all'ingegnere qualche copia di se stesso,
al fine di perpetuare all'infinito la mala pianta. Fiorisce del
resto già da ora il commercio di organi per chi ne ha bisogno e se
li può pagare e l'aspettativa media di vita (cresciuta comunque
anche nella media generale) è più che mai, sia nel quadro mondiale
che nei contesti locali, direttamente proporzionata al reddito. Il
mercato della salute è peraltro tenuto vivace sia dalle migliori
aspettative della clientela -che accetta sempre meno di invecchiare
e di morire- sia dalla creazione, forse negli stessi laboratori
farmaceutici e certamente nello stesso apparato industriale, di
nuove patologie (Illich, I978).
Il progresso dei saperi tecnici è certamente un fatto positivo,
liberando l'uomo da gran parte della fatica fisica e da molti lavori
intellettuali ripetitivi, permettendo al corpo spostamenti in altri
secoli impensabili e soccorrendolo nei suoi stati di malattia con
strumentazioni prodigiose. Abbiamo acquisito grazie alla tecnica
capacità angeliche: volare, essere in più luoghi
contemporaneamente, vedere e farsi sentire al di là dei continenti,
illuminare (anche troppo) la notte. Ci manca ancora l'immortalità
ma non bisogna disperare.
Il corpo umano sta al pari della mente (Boselli 1998) mutando il
modo di essere e di sentirsi esistere grazie all' avanzata
tecnologia oggi disponibile. Più che la tecnica, a preoccupare è
la sua utilizzazione totale e totalizzante secondo criteri meramente
economici che ignorano le esigenze della terra e delle specie che la
abitano, compresa quella umana, privilegiando esclusivamente quelle
dei gruppi finanziari. Sta prevalendo l'idea che una scienza e una
tecnologia possano agire sull'uomo senza altro limite che quello
economico, che non debbano operare entro un quadro etico, entro più
ampi orizzonti di valore e di senso e nel rispetto della natura. Così
probabilmente sarà e l'etica -sempre gran prostituta- si adatterà
nelle sue versioni future a tutto questo e vi ravviserà elementi di
valore.
Le scienze contemporanee, sempre più riconvertite in tecnologie
(dalla ricerca del principio a quella del risultato) operano
sull'uomo ma non per l'uomo, bensì per la loro committenza. La più
marcata privatizzazione degli enti che fanno ricerca fa sì che il
tecnocrate non renda conto alla propria coscienza o alla comunità
dei ricercatori ma soltanto al suo padrone.
Anche la medicina positivistica e commerciale, dissociando la
materia del corpo dal suo senso, ossessionata dalla finitezza,
dimentica del senso infinito della finitudine, rende muto o
patologizza quest'ultimo, fabbrica, ove utile a suon di ormoni e
strumenti genetici, quel "corpo-cosa" che sul Mercato, nel
nuovo Stato totale in mano ovunque nel mondo ai gruppi di potere
finanziario, diviene "corpo-merce".
3. Il ritorno del peggio: la nuova eugenetica e la
possibile chiusura alla speranza educativa
Si va in parallelo risolvendo sul polo fisicistico un altro dei
classici dualismi, quello tra anima e corpo, in una sorta di
neolombrosianesimo: l'intelligenza è intesa come un fatto
individuale geneticamente ereditato (l'educazione può farci poco),
un mero assetto di relais cerebrali, una mera interazione
bioelettrica neuronale su modelli dovuti a linee ereditarie. L'anima
non è immortale semplicemente perché non c'è o é pensata come un
secreto cerebrale e le sue malattie, un tempo chiamate "morba
sine materia", vengono affrontate prevalentemente in termini di
analisi biochimica e biofisica, di sola materia, appunto.
Evidenti le conseguenze deterministiche e -al limite- razzistiche di
questo approccio: l'idea che corpi chiaramente differenti e diversi
potessero esser sede di anime con uguali possibilità, che solo la
società e l'educazione potevano schiudere o comprimere, passerebbe
nel dimenticatoio. Ciascuno di noi riceverebbe alla nascita -per le
non più inesorabili vie della genetica- non solo una pelle, un
corpo diversi ma anche un'anima di serie A o B, C....Siamo macchine
che nella vita danno quello che possono, a seconda della cilindrata
più che della preparazione alla corsa. Siamo computers che esistono
dipendentemente dalla qualità dei chips che li costituiscono,
dalle eventuali operazioni di biotecnologia che verranno messe in
atto e dal software di cui vengono dotati. Poi il dio Mercato
stabilirebbe il loro "vero" valore assegnando a qualcuno
quotazioni come quelle di Taricone (un mito per la gioventù
moderna), ad altri quelle di un qualunque ingranaggio economico.
4. Per una teoria del corpo, nel suo re-inviare ad
altro
Siamo materialmente un minimo e transitorio
aggregato di atomi, quasi un niente di fronte al nostro universo,
che peraltro pare esser solo uno dei tanti. Eppure (almeno nel
nostro sistema solare) é solo in questo mucchietto di materia che
il tutto appare-a, giunge a coscienza.
Dio è pensabile come la connessione (e/o la condizione?) di tutto
il pensare dei viventi di ogni luogo e tempo. In questo senso
credo che l'universo sia creato da Dio; e che gli universi stessi
-nel loro ideale connettersi attraverso i corpi, siano questi di
carne o di altra materia- abbiano creato Dio. Ma è difficile -anche
per me- cogliere ciò; l'epoca non è più capace -come lo fu con
Schelling- di una teoria unificata della natura e dello spirito.
Possiamo solo capire che il mondo non comincia e non finisce entro i
confini del nostro corpo e che il Tutto può solo far cenno di sé
attraverso la ristretta finestra che noi possiamo aprire sull'altro-da-noi.
Il corpo ci ricorda che non nasciamo da soli; e che possiamo
in qualche modo continuare dopo la morte attraverso i nostri figli e
coloro che hanno ascoltato le nostre parole. Da soli possiamo invece
morire, ma sarebbe una gran brutta morte, un congedarsi dal mondo
senza che il mondo ti saluti. L'altro è prezioso all'origine come
al termine della vita; ma anche lungo tutta l'esistenza, anche se
nell'età di maggior forza del soggetto vi può essere impressione
di autosufficienza.
Come i miei genitori mi ricordano attraverso la carne e le strutture
fondazionali del mio sentire e del mio pensare, come Vanila mi fa
cenno sul piano intellettuale ed esistenziale, come i miei figli mi
indicano attraverso il loro stesso esistere e distendersi verso un
avvenire che non vedrò intero con questi stessi occhi, come mi
hanno insegnato alcuni dei miei maestri, da Italo Mancini a Piero
Bertolini , una teoria dell'educazione è dunque anche una filosofia
del corpo e dell'anima dell'Altro, non dello specchio ma delle
apparizioni dell'alterità attraverso il Volto e il Testo, i volti e
i testi.
L'alterità è l'altro volto dell'io e nel contempo il suo non
essere. E' tutto ciò che non sono io. E' il non io che nasce fuori
di me (ma non fuori della mia storia e della mia geografia, quelli
è già tanto se riesco a intravederli).
Ciascuno di noi è un universo e tutti gli universi sono
augurabilmente distinti (anche in cosmologia gli universi che si
confondono si distruggono) ma non assolutamente separati; comunque
interagiscono . I punti, lontanissimi se si resta allo stesso piano,
possono anzi essere vicinissimi attraversando piani differenti.
Seguire le linee della membrana ove ogni ente dell'universo é
situato per un percorso senza fine, spesso vizioso o insensato?
Contentarsi di obiettivi e dimenticare possibili gamme di
fini? O forare attraverso lo strumento della teoria la superficie
degli eventi, attraversare il nostro piano di evidenza fisica, di
riferimenti globali visibili per entrare nelle controsimmetrie
globali, nell'inferno, nel paradiso, nel totalmente altro,
nell'ugualmente altro o in chissà che altro si potrà trovare nell'
altrove?
5. Il dovere dell'attività teoretica
La teoria è a questo punto un dovere ineludibile
per chi voglia attraversare il mondo con consapevolezza, non da solo
e facendo in modo che il suo cammino negli spazi fisici e culturali
sia utile agli altri viandanti. E' un dovere per chi abbia studiato,
abbia figli e allievi, ami il pianeta in cui è capitato e la specie
di cui fa parte nonché una storia, quella dell'Occidente europeo e
italiano, di cui è una delle incarnazioni. E' un dovere da
affrontare specie per chi, avendo passato il mezzo secolo di vita
(età che da giovane mi pareva avanzatissima) è pertanto
probabilmente oltre la metà del cammino consentito dalla propria
strutturça fisica e rischia di essere sorpreso per strada senza
aver capito e aiutato a capire, senza aver restituito al mondo,
arricchita, la lezione che gli è stata offerta.
Chi non affronta -potendolo- il compito della
comprensione/costruzione teoretica del corpo e dell'anima vive solo
una parte della gamma di vita possibile: si vive solo la parte del
mondo che entra nella nostra attenzione e immaginazione. Chi pensa
teoreticamente, ovvero pensa il tutto ma originalmente, è in un
certo senso il Tutto che pensa, vive un mondo più ricco, elude il
luccicante ma piatto panorama del pensiero unico creato dal sistema
informativo globale e vive molteplici piani e corpi degli eventi. Ma
pensare teoreticamente significa farlo non da soli bensì in dialogo
ideale con tutti gli uomini del passato, del presente e del futuro,
avere interlocutori e tra gli interlocutori molti di quelli che
hanno avuto e hanno più da dire.
6. Percorsi di ritrovamento di regioni ontologiche
velate
Abbiamo un solo corpo -si dice- ma è vero solo in
parte: manteniamo per la vita la stessa struttura del DNA e anche
quella, a voler esser precisi, viene continuamente modificata da
radiazioni, raggi cosmici, agenti chimici, errori di riformazione
cellulare. La nostra anima mutevole -se non è privata per strada
dalla sua carne- abita nel suo corso sulla Terra molti corpi: quello
bambino, quello adolescente, quello giovane, quello maturo, quello
di vecchio. Il corpo di quando siamo innamorati e quello in cui
siamo in cerca di un amore, il corpo della fatica e del riposo,
della sofferenza e del piacere, della dieta e del convivio.
L'assommarsi della molteplicità dei corpi propri e dei corpi-merce
che albergano nello stesso corpo materiale, il suo sedimentarsi
nella memoria intellettuale e affettiva è il nostro corpo, è
quello che è nato in un giorno e morirà in un altro per entrare
come anima nel mistero e, forse, continuare oltre che nella memoria
degli altri anche su qualche altro piano degli eventi. In fin dei
conti (Gentile 12) l'unico corpo che abbiamo è quello che sappiamo
pensare, sia nella sua prevedibilità che nelle sue sorprese. La
stessa morte in sé è un contenitore vuoto, dipende dallo
spirito con cui viene affrontata: "morte" è una categoria
che comprende un'infinita gamma di eventi.
Qualcosa di analogo può dirsi del principio: si nasce quando si
nasce alla coscienza di se stessi e di altri che ci avevano atteso,
ci riconoscono, si ricordano di noi. Il corpo non è oggetto di una
coscienza diretta, ci è noto solo come argomento di un'ideazione
dell'anima, in fieri all'interno di una tradizione di pensiero.
Contrariamente alla lettura positivistica, la verità del mio corpo
è nella sua anima o in quella sua precipua espressione che si attua
nel sentire e pensare interiore, per dirla con Duccio Demetrio
(Demetrio, 2000): è nel ricordo delle carezze materne che ancor
sento nel viso, delle mani di mio babbo sui miei capelli, degli
odori, delle puzze, degli oggetti, delle tagliatelle della casa ove
sono nato. E' nel primo totale incontro del mio corpo con una
ragazza, è nel primo incontro con la donna che tuttora prego di
stare con me per tutta questa vita e, se ve ne saranno, per tutte
quelle successive.
Dal mio punto di vista, il corpo ha sede nell'anima, come l'anima
nel corpo. Si abitano reciprocamente e con margini di autonomia
spesso notevoli: si muore quasi sempre senza volerlo e si vive anche
quando; a volte, si vorrebbe essere morti. Ma io non sono soltanto
un corpo-che-pensa né unicamente un'anima portata a spasso da un
corpo. C'è sicuramente altro anche se questo altro non lo si
conosce e -nel clima virtual-materialista della tarda modernità- è
perfino difficile da immaginare. Sicuramente questo
"altro" non è comprensibile entro lo stato attuale delle
neuroscienze.
Sospeso il giudizio sulle fondazioni fisiche dell'attività dello
spirito, cercherò di formarmi un'idea sulla verità-per-me (augurabilmente
condivisa) del corpo, di vedere il corpo anche -ma anche oltre-
le rappresentazioni dei corpi, poiché il mio vedere non è
"puro" ma intriso di stereotipi soggettivi culturali che
mi portano a vedere non l'altro corpo ma la mia costruzione
culturalmente strutturata del corpo mio ed altrui.
Il mondo, nella sua evidenza mediatica, non è mai stato tanto
velato, nascosto sotto gli apparati della visibilizzazione/velamento.
Anche il corpo parrebbe che non sia mai stato meno velato di oggi;
nella sua evidenza fisica, é vero, ma non nella sua verità meno
superficiale. Quello che ci fanno vedere è un'altra cosa. Se a un
uomo o a una donna si toglie l'anima, come avviene in gran parte
della cultura tardomoderna, non è nemmeno un corpo.
Penso che -dopo la critica al corpo manipolato e prostituito degli
ultimi trent'anni di cultura massmediatica- occorra ripartire
dalla concezione fenomenologica (ma anche gentiliana) di
"corpo proprio" come luogo di originaria apertura e
intenzionalità al mondo, di formazione dello spazio e del tempo
come vissuti, di ideazione di un mondo rappresentato a partire dal
proprio esistere e dal proprio essere-ad-altro. Contro gli eredi
interessati della radicalizzazione cartesiana della differenza va
fatta agire la rivendicazione fenomenologica del soggetto (2)
(2) (E.Husserl "Meditazioni cartesiane", Bompiani;
M.Merleau-Ponty "Il corpo", Armando; P.Bertolini
"L'esistere pedagogico', La Nuova Italia).
Peraltro, un soggetto senza corpo (dal corpo seriale) e senza
luogo avvertito come luogo dello spirito, senza terra e dunque anche
senza cielo, sarebbe anche un soggetto senz'anima, un non-soggetto:
il vivere con consapevolezza una corporeità non meramente
strumentale può invece fare del corpo vivente un mondo dell'anima e
far attribuire un'anima (una storia, una singolare identità e
disposizione al futuro) al mondo (3). Io, come corpo e come anima,
sono (anche) l'aria che ho respirato, il paese dove sono nato, la
casa che ho abitato, la nazione che mi ha cresciuto, lo Stato nelle
cui leggi sono vissuto; sono la storia della mia patria, le cose che
ho mangiato, il vino che ho bevuto. Ma se la mondializzazione porterà
all'estremo indebolimento o più probabilmente alla privatizzazione
dello Stato, se la stessa aria agli idrocarburi spirerà in tutto il
mondo, se ovunque ci sarà la stessa indifferenziata città, se la
biodiversità sarà ulteriormente ristretta e si mangeranno ovunque
le stesse porcherie (chiedendo scusa ai bravi suini compagni di
avventura), io sarò ancora e che sarò io? L'esule conserva il
ricordo di una patria che sa lontana ma esistente ma oggi si rischia
di non aver un luogo dove tornare, né una terra nuova ove dirigersi
poiché tutte le terre saranno divenute repliche americane, diverse
tra loro quanto le Venezie, le Rome, le Parigi ricostruite a Las
Vegas. E le donne fotocopiate da Cosmopolitan, tutte snelle, senza
un capello grigio fino ai settant'anni e sempre intente a pensare
non tanto a un uomo, quanto a un dispensatore di orgasmi.
(3) G.Gentile "Genesi e struttura della società",
Milano, Mondadori, 1954).
7. Il corpo come ambiente, luogo e via di
un'esistere pedagogico
L'espressione "esistere pedagogico", per
cui comunque debbo i diritti d'autore a Piero Bertolini (Bertolini,
1988) è da me intesa come quel profilo dell'esistenza ove si
manifesta la tensione a conoscere (e ad aiutare gli altri a
conoscere) le proprie radici, il proprio essere-in-atto per andare
oltre, verso la propria identità ventura. E oltre che a conoscere,
rendere più profondo, alto e largo il possesso della nostra vita.
Il tutto non certo in solitudine ma in sintonia con la storia dello
spirito umano espressa nella letteratura e nella ricerca
scientifica, oltre che nella tradizione della terra natìa. Si
esiste pedagogicamente quando si è impegnati in uno sforzo di
autoeducazione che ci porta e porta gli altri che ci sono vicini a
seguir virtute e conoscenza sia nell'anima che nel corpo,
oltre le colonne d'Ercole costituite dai grandi ammassi di
pregiudizio, in dialogo ma anche in autonomia con l'epoca in cui si
é capitati. "Esistere pedagogico" dunque, come
riconoscimento e indicazione a chi ci segue delle fondazioni
storicamente costituite del pensare; come continuità e avvio al
dialogo con l'epoca; come cenno all'avvenire. Ma anche come
opposizione al sopravvivere in passiva adesione agli idoli e alle
mode del tempo, nell'ignoranza degli orizzonti di senso e nell'autosomministrazione
quotidiana degli slogan propinati dai mezzi di comunicazione di
massa, dai corsi di formazione in servizio ufficiali, dai luoghi
comuni della grande Chiacchiera. Dunque, esistere pedagogicamente
come difficile percorso, nel contempo, di integrazione e
trasgressione.
TV e riviste a larga tiratura intonano continui inni al benessere;
le circolari ministeriali autorevolmente prescrivono l'educazione
alla salute come istruzione alla tutela del benessere del corpo e in
particolare dei sensi e della sessualità in versione tecnologica.
Ma è un benessere di bassa lega, è lo standard di corretto
funzionamento dell'uomo-macchina come ingranaggio del sistema
produttivo.
Penso sia necessario sospenderci il più possibile dalla visione
mediaticamente diffusa del corpo e dalla relativa industria
mondiale; dobbiamo mettere da parte (ma tener scientificamente
d'occhio) il corpo-merce da abbellire prima di vendere e da far
funzionare sinché non diventa antieconomico per i sistemi delle
macroregioni economiche, entità postStatuali in competizione.
Occorrono un'altra idea di corpo, una rifondazione culturale e una
nuova pedagogia come teoria dello spettro intenzionale e del
suo attuarsi. Occorre rileggere Omero, Lucrezio, inabissarsi e
volare con Dante, giocare con L'Ariosto, perdersi con Rimbaud e
D'Annunzio, ritrovarsi con Salomone. Attivare l'intera cultura
dell'Occidente per capire e godere senza frenesia del nostro corpo
Abbiamo bisogno di una pedagogia tesa a educarlo -variando
l'ambiente esterno ed interno attraverso la parola - al rinvenimento
o al ritrovamento dell'essere-qui, dell'essere-a, -con, -su, -da
-per -tra; solo così il nostro corpo può essere sede di un
ben-essere non idiota, non artificioso; di un ben-essere a sé
stessi e agli altri. Una pedagogia potrà essere allora pedagogia
del "prendersi cura" ove "prendersi cura" é
offerta di situazioni in cui ciascuno possa prendersi cura di sé,
è invito rivolto a ciascuno a trovare una via personale per
porsi in cammino sulla propria strada. Il fine non é la
normalizzazione dei bisogni e dell'esistenza del corpo ma l'esplicitazione
all'altro di un interrogativo più ampio sulle condizioni e sul
senso di un'esistenza incarnata. Non lo si vuol "guarire"
dalla differenza ma si cerca di aiutarlo a trovare il senso iscritto
nel nucleo individuale della sua personalità. Il corpo non può
essere oggetto di amministrazione (produzione/modifica secondo
norme, selezione, incasellamento, archiviazione ma complemento
di termine di un'invocazione, di un'esortazione di tutto quanto lo
riconosca nelle sue autonomie e nelle sue dipendenze. L'approccio
amministrativo al corpo esprime quela coltura dimasa che ha
dimenticato la terra natia e tratta non solo il sorpo del singonlo
ma tutta la Terra non come creatura vivente ma come oggetto
ragionieristico, mero dato materiale sfruttabile e violentabile
senza altro limite che l’economia di un sistema.
In "Essere e tempo" (Longanesi, 90) Heidegger addita nella
"cura" una relazione costitutiva dell'essere come esserci,
essere nel tempo e nello spazio; è inerenza ossia scambio
relazionale in cui ciascuno riceve qualcosa dall'altro, è anche
parte dell'altro. L'inerenza è flessibilmente fondativa del proprio
come dell' altrui arco delle possibilità situate e situanti
di essere in quanto essere-a, qui, ora, con me/noi, in
questo frammento di storia, in un reciproco altrove. Prendersi cura
é allora offrire plurali indicazioni di senso, intendendosi per
senso
"ciò in cui la comprensibilità della cosa si mantiene senza
venire alla luce esplicitamente e tematicamente. Senso significa ciò
rispetto a cui ha luogo il progetto primario, cio in base a cui
qualcosa può esser compreso nella sua possibilità, così
com'é" (ivi, p.389)
8. Il corpo come soggetto di relazione costitutiva
di essere come esserci
Il corpo fa una parte importante della
relazione/cura con gli altri e della coscienza di sé. Può essere
un valido strumento come una trappola. Pedagogicamente posso
intenderlo nelle forme seguenti
- interazione di più soggetti dove l'identità di ciascuno è
fondamentale e disegna la relazione. A sua volta lo stare
insieme modifica il volto dei soggetti. C'è circolarità
relazionale. Il soggetto (adulto e bambino) deve aver coscienza
delle proprie relazioni, sapersi individuare come elemento di un
contesto. Lo stare insieme è dato dall'apporto di ciascuno; il
gruppo conferisce a ognuno nel corpo e nell'anima- una parte
importante del senso della specifica identità. L'essere in un
gruppo non è indifferente rispetto all'identità e all'autorappresentazione
anche fisica del singolo.
- Relazione etimologicamente significa l'agire di un "nuovo
legame", di un sempre nuovo modo di essere legati ai soggetti
con i quali si interagisce.
In una relazione autentica, nulla è statico, tutto diviene, tutto
procede. L'essere in relazione cambia di continuo; è movimento che
raccoglie il passato e pone il nuovo. E' continuamente connesso
all'evoluzione dei soggetti.
- Non c'è relazione che non leghi, che non limiti in qualche
modo l'incondizionatezza della sfera d'azione. Ma in un contesto
relazionale (non meramente rapportuale) all'origine del legame c'è
un atto di scelta e un atto che può essere annullato, seppur
non senza costi emotivi, dalle parti che hanno costituito il legame
e loro stesse dentro il loro essere reciprocamente curanti.
- Il legame, la dipendenza positiva ci danno forza interiore,
ad es. nell'allontanarci da relazioni limitanti o consentono di
resistere nell'autonomia intellettuale. Curante e' la relazione che
conforta, che segnando dentro (insegnando), indica il sentiero
interno e esterno che il soggetto dovrà compiere.
- La relazione curante tra i corpi e/o le anime non è solo qualcosa
di necessario alla vita affettiva, estetica e intellettuale del
soggetto, è la vita stessa, è il nostro essere, in quanto ";essere-a-noi",
"essere al mondo", "essere ad altro" .
- La relazione/cura è fenomeno originario perchè siamo soggetti
che vivono nel mondo con altri e con altro. Non è l'individuo
isolato che stabilisce relazioni, è la relazione che stabilisce chi
sono. Nel processo relazionale si costituisce il sé corporeo e
spirituale.
Noi siamo ciò che siamo anche grazie alla fiducia che ci è stata
accordata; per questo è indispensabile aver fiducia nell'allievo e
viceversa; fiducia vuol dire mantenere una continua, positiva
profezia sul futuro della relazione.
- Si tratta di formare un nucleo interiore di stabilità dinamica
che permane pur nel mutamento.
Io so di me anche grazie a qualcuno che mi dice chi sono. Ho bisogno
di uno specchio in cui riflettermi. Da solo/a non riesco a
dirmi.
- La scuola deve essere un luogo di vita e di cultura in cui esiste
la possibilità di dare e di ricevere.
In ogni scuola la qualità della vita dell'insegnante è
strettamente connessa a quella del bambino; non si può star bene se
l'altro sta male e il benessere dell'altro è per converso condiviso
da chi gli vuol bene. Stanchezza, demotivazione disagio di un
insegnante, per quanti sforzi faccia per dissimularli, sono
con-vissuti dai bambini.
- Nella relazione curante, l'altro-bambino è concepito come
soggetto del sentire e del pensare, non solo dell'apprendere e del
rispondere "correttamente". E' presenza attiva e sensante
e le relative intenzionalità vanno considerate come elementi che
costituiscono la stessa azione educativa.
- L'adulto deve porsi e essere avvertito sia come qualcuno da amare
che come qualcuno da superare; non può essere un limite statico al
cammino.
Questo alternarsi di avvicinamenti e distanziamenti è lo spazio in
cui si realizza l'autonomia del soggetto.
-- La relazione educativa che inizia nelle scuole non ha termine; in
forme diverse per intensità e durata continuerà per tutta la vita.
Ciascuno di noi porterà dentro per sempre le parole dei maestri che
hanno parlato alla nostra mente e al nostro cuore come peraltro la
freddezza dei docenti che non ci hanno mai saputo parlare o la
cattiveria di chi non aveva che la scuola per rifarsi del gelo
complessivo della sua esistenza.
9. Percorsi
I percorsi potrebbero essere i seguenti.
-Passare dalla semiotica (descrizione/spiegazione dei segni,
dei "dati") all'ermeneutica , comprensione/comunicazione
dei "dati" in quanto origine/manifestazione di
vissuti (4).
(4) (v. U. Galimberti " Il corpo", Feltrinelli, e M.
Dallari "Lo specchio e l'altro" la Nuova Italia)
-Rinuncia ai modelli descrittivi (5), diagnostici e terapeutici
(figure sintagmatiche seriali, offerte alla replica da parte
d'altri), invenzione di scenari.
- Vedere il corpo anche come autobiografia , racconto del Destino e
dunque come sapere narrativo, che compone con linguaggio rigoroso
una costellazione sterminata di esperienze in una materia di storie
di con-vi-venza col proprio corpo e di consuetudini di cura.
Un'autobiografia che non va "educata" (a uscire dai propri
limiti, a far vela verso i propri, individuali orizzonti) con
esercizi che non siano anche esercizi dell'anima.
Smettere dunque di pensare al corpo come ad una macchina buona per
ottenere risultati o un servo-computer e alla psiche come a un
supercomputer. Smettere di ritenere che sia possibile il governo
degli eventi corporei prevalentemente attraverso la programmazione
razionalistica della materialità (o addirittura la biochimica,
l'ormone della crescita etc.).
-L'insieme variamente ordinato/disordinato corpo/anima non é
determinabile né programmabile e solo parzialmente prevedibile.
Risponde agli stimoli psichici e fisici non automaticamente ma in
modo relativamente e mutevolmente autonomo.
-Sviluppare -dimettendo la frenesia dell' agire o del “vincere”
e il pensare subordi-nato all' azione e alle possibilità di
riconoscimento- capacità di meditazione e riflessione sulla propria
identità globale
-Riconoscimento della centralità del soggetto del benessere e della
sofferenza: l' entropatia (figurarsi, restando se stessi e non
presumendo troppo, come l' altro può vivere la proposta che stiamo
per fargli) é la base di partenza dell' aver (in) cura qualcuno
come educatori
-Valenza di invito: apertura all' agire altrui nel
"nostro" spazio esisten-ziale e professionale. Lasciar
accadere e lasciar essere, rimuovendo attivamente gli ostacoli all'
autorealizzazione della corporeità in noi stessi come negli altri.
- rinunciare agli obiettivi, ovvero al lavorare per risultati
immediatamente riscontrabili e.......vendibili sul mercato di
riferimento.
-Imparare a conoscere i limiti oltre cui l'azione-per diventa
un'azione/agitazione-su
(5) Nota sullo schema corporeo
Anche in varie scuole materne coinvolte in una ricerca dell'IRRSAE
Marche si potevano osservare belle attività di educazione alla
corporeità irrigidite culturalmente e anche didatticamente dalla
sub-categoria didattica di "schema corporeo". Lo
"schema" corporeo é un termine sbagliato (usato fuori
dell'accezione kantiana di regola dell'intelletto per determinare
l'intuizione secondo un concetto) e meccanicistico con cui
intendiamo indicare l'idea del corpo così come appare a ciascuno di
noi, a partire dalle esperienze primarie e culturali
dell'essere-corpo.
Meglio vedrei il termine (con ampia gamma di significati annessi) di
auto-immagine corporea, in quanto tratteggio di una figura,
immaginazione, costruzione e demolizione attraverso i sensi e le
passioni, gli scenari culturali (con un minimo d'integrazione
e un massimo di differenziazione dalle mode), il raccordo tra la
totalità e le parti, l'esperienza e la consapevolezza delle
possibilità e dei limiti; l'esperienza e la comprensione nel non-io
e nell'Altro
10. Creare nella scuola condizioni per vivere il
corpo e per non perdere l'anima
In un'educazione attenta al corpo come luogo e
fondazione dello spirito é più giusto programmare o progettare?
Oppure programmare all'interno di un progetto?
Penso da una dozzina d'anni che se il tipo di progettazione
attualmente promosso dalla pedagogia ufficiale e più o meno
diligentemente applicato nelle scuole non contiene più spazi
adeguati al potenziale di progettazione delle differenti realtà
scolastiche, delle loro storie e aperture al futuro, occorra
definitivamente superare la programmazione. E' questa una
tipologia progettuale che non appare adeguata alla millenaria eredità
della tradizione pedagogica e, ora, anche alla sfida qualitativa
che settori sempre più ampi della ricerca pedagogica o/e
della stessa società rivolgono alle nostre istituzioni educative.
La programmazione non esprime più la cultura e gli
scenari epistemologici della ricerca più avanzata, né é mai
riuscita a entrare veramente in dialogo con le tradizioni e
gli assetti progettuali dei vari tipi di scuola, le ricche risorse
di cultura, umanità e vocazione pedagogica che ponevano (e,
nonostante le varie campagne diffamatorie di stampa, continuano a
porre) la scuola italiana in posizioni di primo piano.
Pensare ed esistere nella scuola in forma attiva, libera e autentica
-ovvero culturalmente approfondita, scientificamente fondata e
costantemente attenta alla fenomenica educativa- comporta un
processo di generazione delle idee che non può essere
auto-referenziale: i nostri riferimenti, principalmente filosofici,
li abbiamo trovati nell' idealismo gentiliano, nella fenomenologia
del secondo Husserl, nell' ermeneutica di Heidegger e di Gadamer.
La lettura di grandi autori é vitale ora che stanno per
andare a pieno regime le macchine dell'omologazione e dunque della
mortificazione degli spiriti liberi (a cominciare, sembra, dal
Servizio nazionale di qualità dell'istruzione se prevarrà l'idea
vertecchiana): il corpo rischia di non essere più quello, vario e
differente, di ciascuno di noi ma quello dei designer
dell'industria. I bambini si immagineranno di essere da grandi come
Ken, le bambine come Barbie. E immaginar di diventare é già un
cominciare a essere.
No a un'educazione del corpo come “competenza” accertabile per
obiettivi e verifiche - La prima critica alla
corrente educazione motoria riguarda concetto e uso dell'obiettivo,
termine essenziale in ogni discorso di programmazione, irresistibile
calamita (ma anche buco nero) di ogni intenzionalità pedagogica e
didattica. L'obiettivo può rappresentare una valida idea regolativa
quando si debbano produrre oggetti, quando ciò che vale non è il
soggetto produttore ma l’oggetto da immettere sul mercato. Modello
valido per organizzare la produzione di beni materiali come
automobili o computers, o per fabbricare i mastini dei corpi
speciali (Navy SEALS, Folgore etc.) , l' "obiettivo" non
lo é per un bene essenzialmente spirituale come
l’educazione. Educare é essenzialmente aiutare
l'auto-educazione, l'attività dello spirito e del corpo
individuali; é differente nelle radici, diversa nell'assetto
intenzionale.
Avere tanti obiettivi e lavorare con diligente accanimento affinché
i ragazzi li conseguano porta facilmente alla frantumazione del
sentimento del corpo, del sentirsi esistere.
.
2 - La "verifica" - Il sapere oggi prevalente,
(l’ideologia economicistico-tecnologica) in ossequio ai
comandamenti dell'etica tardomoderna (efficienza, efficacia,
produttività) ha esteso l'obbligo della verifica a tutti gli ambiti
dell’esistere pedagogico, fino agli stessi spazi della gratuità e
del gioco.
Proporrei in opposizione le seguenti considerazioni:
a) Nelle scuole non si producono oggetti. Si cerca di offrire il
contesto migliore affinché i soggetti stiano bene con se stessi e
gli altri e possano trovare la diversa forma, anche fisica, che li
attende.
b) Penso che per gli aspetti di più profonda rilevanza non sia
possibile una verifica “oggettiva” ma semmai un'affermazione di
riconoscimento da parte di uno o più soggetti dell'ineludibile
carattere soggettivo-intersoggettivo, interpretativo, non
classificatorio, narrativo e non descrittivo, eticamente ed
epistemologicamente maturo del valutare i soggetti nelle loro
differenti condizioni di eredità e nelle loro singolari aperture
all'avvenire.
11. Corpi (e anime) fuori standard
Penso che la teoria pedagogica sul corpo dovrebbe lavorare proprio
sul profilo della diversità e della differenza, che paradossalmente
costituiscono il principale punto in comune fra tutti gli umani,
portatori che essi siano di possibilità e di deficit conclamati o
inevidenti. Nell'epoca della grande omologazione massmediale, della
sudditanza della scuola e dell'università ufficiali al modello
tecnocratico e standardizzante, penso dobbiamo percorrere insieme a
coloro che ci sono affidati le vie della differenza e della diversità.
Sono spesso viae crucis, ma è solo attraverso queste che si può
scoprire il soggetto nella sua autenticità, e noi stessi con lui.
Differenza e' il vario peso/levità e qualità della
storia che ci si porta appresso. Lo stato dell' essere con la
relativa massa del pregiudizio, del precompreso, del precostituito
nel frazionato continuum culturale/subculturale di appartenenza.
Diversità e' la varia intenzionalità, i richiami che vengono dal
futuro del soggetto e della cultura; le gravità esercitate dalle
masse di senso in formazione. La forma non compiuta che preme al di
sotto e al di sopra delle evidenze. L'insieme delle energie che
attivano i fenomeni del campo soggettivo e culturale.
Occorre oggi cercare di pensare l'Altro e in particolare quell'altro
più altro in quanto per i suoi deficit e le sue ricchezze
differisce dallo standard come apparizione di una corrispondenza
interna/esterna all' io che ne fa materiale di costruzione di una
identità ulteriore.
Pensare ai quasi-altri (gli altri che mi sono vicini) e gli altri in
senso proprio, quelli che, non appartenendo al mio immediato
mondo-della-vita, poco influiscono sui miei luoghi di vita e sui
miei processi di produzione di significato. Ripensare alle
differenze vissute come negative, allo scacco (6), all'insuccesso.
(6) Lo scacco
E'
un perenne compagno dell'esistenza umana, casualmente affezionato ad
alcuni più che ad altri; ma la sua maggior significatività, la sua
portata depressiva sono anche dei prodotti della calvinistica e
tardomoderna ideologia della Norma e del Successo: non c'é in fondo
vero scacco se non c'é obiettivo eteroindividuato e accettato e
interiormente avvertito come segno della grazia divina o,
laicamente, come elemento di giudizio del valore della persona. Non
c'é scacco assolutamente determinante la vita del soggetto se c'é
senso, ovvero una direzione intenzionale della coscienza orientata a
un fine autoindividuato e indeterminato, i cui tratti fondamentali
si scorgono ma non si conoscono, anche perché mutano con il
procedere del soggetto nel campo prospettico reciprocamente
costituentesi.
Un esempio delle espressioni didattiche di questo approccio può
consistere nel prevalente rifiuto delle pratiche consistenti nel
conseguimento di obiettivi stabiliti senza coinvolgimento dell'
intenzionalità dell' allievo e talvolta neppure dell' insegnante,
in questo caso ridotto o peggio autoridotto a mero burocrate
dell'assistenza. Il lato più importante nell'insegnamento può
consistere invece nello scatenamento delle potenzialità dell'
interazione tra soggetti attivi,, autori e non amministratori
del proprio sapere e della propria identità .
Penso occorra passare da una didattica dell' integrazione
(assimilazione ai modi di pensare, sentire e comportarsi tipici dei
soggetti "normodotati") e della prestazione (conseguimento
di un obiettivo) a una didattica della soggettualizzazione.
L' esperienza didattica, se mai lo é stata, oggi non é più
contenibile o riducibile da apparati teorici di ordine normativo e
tendenti a ignorare i limiti e le risorse delle specifiche
articolazioni della differenza e della diversità.
Il contatto con la "differenza" é per ogni educatore
un'occasione di conoscenza, di formazione e di maturazione; ma
é anche ineludibilmente, oltre ogni retorica, anche un confronto
con il limite e con il dolore particolari, con la specificità del
contrarsi dell'esistenza. In particolare stare accanto a chi deve
rappresentarsi il mondo senza gli strumenti fisici per percorrerlo,
vederlo, ascoltarlo, comprenderlo é condividerne a tempo pieno
(genitore) o parziale (insegnante) un'ampliamento delle prospettive
ma anche -fuor di retorica- un disagio variamente amplificati dalla
conoscenza e dall'amore. Condivisa la condizione, dobbiamo far
avvertire al soggetto della differenza/diversità che fa soffrire la
percezione del suo autonomo valore, della originale bellezza del suo
corpo/anima, della certezza del nostro amore anche entro un mondo
che potrebbe non amarlo.
Raggiunto il luogo di prossimità alla differenza radicale, che
quasi sempre é luogo di serenità e/o di sofferenza
qualitativamente diverse, il compagno di strada del disabile può
guardare il mondo e chi vi si agita come dall'altrove, configurando
con occhi altri e, se è fortunato, più sereni il senso e il non
senso della vita umana. E può dall'altra parte indirizzare a chi
abita al centro del mistero, oltre il cerchio della luce ordinaria,
il messaggio di un diverso sentimento di sé, raggiunto attraverso
la consapevolezza della sua povertà di precario
"normale". E si potrà vivere -forse- con
partecipazione e serenità la nostra prossimità alla distanza.
12. Sulle pratiche per aiutare il soggetto a
cavarsela, nonostante tutto
Niente, in quel che ho appena scritto, di più lontano dalla
mentalità "vincente". In modo sempre più stringente ogni
pratica educativa consiste nell' intervenire (ti pago perché tu
faccia con il bambino qualcosa che mi serva), affinché il
soggetto raccomandato dal "cliente" acquisisca la
competenza utile a un buon inserimento e si conformi al progetto
totalizzante del sistema centrato sull'economicismo (modello
teleologico che ho altrove definito del "piccolo yuppie").
Alla modellazione del piccolo, spesso palestrato "yuppie",
provvedono un piccolo professionista (l'insegnante) e un piccolo
manager (il Dirigente scolastico che ha letto Romei e/o si é
entusiasmato per la Qualità Totale e i corsi da superdirigente).
Abbiamo (noi del gruppo di ENCICLOPIADINA, versione
romagnolo-marchigiana di Encyclopaideia) preferito promuovere
una disposizione di costruttiva attesa degli eventi della
soggettualità: evocare intorno al bambino i tempi, gli spazi, gli
oggetti, le occasioni per gettarsi verso l'alto e appropriarsi
della sua libertà dell'essere -e dunque dell'essere-corpo- che lo
attendono. Certo, in questo suo gettarsi non lo lascieremo solo.
Educare non é produrre risultati (l'allineamento dei soggetti sugli
obiettivi prestabiliti); é aiutare l' Altro a realizzarsi. E' un
agire ( non un agitarsi ) nella cultura mosso dalla speranza di
restare, pur relativamente, liberi. Attendere é attesa dell'
accadere, non rassegnazione al Nulla sistemico. E' una forma di
invito ma non al solo starsene fermi (che pure ogni
tanto......) bensì anche all' andare oltre.
- Si opera affinché intorno al bambino si costituisca, e sia
dallo stesso avvertibile, un positivo campo di attese. E' per
l'insegnante il momento dell' ascolto, momento che per noi deve
precedere, non seguire, la lezione. Quasi sempre, il bambino va non
dove lo si spinge ma dove lo si attende, magari a braccia aperte.
Si deve cercar di offrire un' indicazione di senso all'
attenzione e all' intenzionalità affettiva intellettuale e corporea
del bambino senza determinarle. Senza intelligenza e indicazione del
senso ogni pratica, educativa e non, é letteralmente e
semanticamente insensata.
Si cercano argomenti, storie, luoghi per cui narrare le
vicende della conoscenza e del sentimento del corpo. Insegnare non
é tanto mostrare quanto raccontare. Individuato, molto tempo prima
della trattazione didattica, un argomento di grande portata
culturale, lo si studia a lungo individualmente e ci si confronta su
quanto lo studio abbia significato per ciascuno e per tutti in
termini di maturazione spirituale (trasformazione dell’anima
durante il passaggio attraverso i territori evocati dal libro e/o
dall'esperienza pratica);
- Con gli alunni e i colleghi si parla di quel che si é fatto
insieme. Lungi dal voler "verificare oggettivamente"
si valuta non "su"' ma "con"; non da
soggetto a oggetto ma da soggetto a soggetto. La valutazione porta i
soggetti insegnanti e discenti a togliersi dai precedenti
confinamenti interpretativi. Si invita cioé a una valutazione senza
pretese verificazioniste, che valorizzi la soggettività del
valutare e la apra non all’oggettività (chimerica, causante
violenti stravolgimenti dell’identità) ma a una possibile
intersoggettività.
Si riflette infine (ma lo si sarà fatto sempre) su quanto sia
mutata la nostra visione per effetto delle esperienze compiute. Un
esperienza didattica autentica non può cambiare solo nel bambino lo
stato dell'esistenza e della conoscenza .
Approdi
-I sentieri che portano all'identità e all'autotrascendenza
con fatti d'erba come di ardesia, di tartan come di carta. Chi li
percorre deve capire che non finiranno mai, che non ci sono
traguardi definitivi, ma che essi aprono alla possibilità di non
avere fine. Niente di ciò che è espressione dello spirito è
mortale; nemmeno i corpi, nemmeno le cose se qualcuno con sguardo
consapevole e coesistente le accoglie nel suo pensare.
-Nella cultura alta il corpo é pensato non come accessorio,
"divisa" per gli stands del Mercato o comunque strumento,
ma come regione fondazionale dell'esistenza, nell'intera estensione
di questa. La sua educazione -sia essa chiamata ed. motoria, fisica
o sportiva- é presentata come aspetto essenziale (generativo)
affinché il soggetto pervenga alla conoscenza, alla pienezza e all'autotrasparenza
di un suo (felice) esistere-a- sé stesso e agli altri.
-Contro il corpo-merce imposto dal sistema informativo-manipolativo
globale e “l’uso competente” delle didattiche efficientiste,
la scuola deve offrire ai ragazzi l'esperienza e la conoscenza del
corpo-proprio, luogo individuale dello spirito, spazio a una
permanente epifania dell'anima, fondazione dell'esistere pedagogico
come rendere onore (e tutelare) l'eredità dei millenni e l'annuncio
di quelli venturi, come difficile ma necessario integrarsi e
trasgredire, guadagnandosi una propria identità.
-Nella riconfigurazione in corso dei saperi di base, augurabilmente
-ma ne dubito- svincolata dall'ossequio alle mode di massa, la
scuola dovrebbe tornare a un progettare in educazione più attento
al corpo, superando l'intellettualismo dei programmi '85, le
tassonomie e i meccanicismi della programmazione. Sottraendosi ad
alcuni vizi del tardomoderno (materialismo, economicismo,
efficientismo, frenesia, prestazionalismo), dovrà disegnare un
quadro teorico/pratico per una educazione del corpo sottratta alla
marginalità e riportata alla sua fondazionalità e centralità nel
contesto pedagogico.
Per conseguire un corpo proprio, occorre avere un proprio pensiero,
pensare individualmente entro e fuori la cultura dominante. Un
curriculum per il corpo non dovrebbe essere derivazione di un
pre-pensato ma discorso in atto, animato da tensori interni ed
esterni e che si attua come percorso indagante, consapevole della
prossimità a molteplici radici degli eventi, allocabili nella
pluralità degli spazi e dei tempi, che ci sono ignote. Un
curriculum di educazione al corpo é essenzialmente un vettore
che attraverso porte talora semichiuse e proponendo sistemi
simbolici unitari riprende il carattere organico e armonico ma
sempre incompiuto del pensiero che con dolore e gioia, ma sempre con
fatica, si fa corpo e del corpo che si fa pensiero.
Non sai dà corpo senza un mondo, né un mondo senza un corpo che ne
ospiti il pensiero. Sapere del corpo non é essenziale solo per la
conoscenza del corpo stesso ma per l'intero fronte dei saperi
"alti". Il sapere non è solo un fatto di astrazione:
richiede in qualche modo il partecipare della cosa conosciuta, uno
stato di pre-comprensione della stessa. Gli elementi del mondo, gli
oggetti della matematica, della storia, della geografia, delle
scienze vanno non solo avvicinati secondo il pensiero
simbolico (e tanto meno con i soli schematismi programmatori), ma
anche nell'intero fronte dell'esperienza: vanno -insegna Rousseau-
ove possibile guardati, sentiti, percorsi, toccati, spostati. Il
corpo è anche condizione e via dell'apprendimento generale, della
creazione di nuovi pensieri. Il docente di educazione fisica deve
dire la sua nella progettazione didattica complessiva di tutti i
saperi.
Come la conoscenza del mondo non può avvenire che valorizzando la
valenza cognitiva del corpo, così la conoscenza del corpo non può
avvenire senza l'attivazione degli altri saperi: il corpo va
raccontato e interpretato secondo letteratura, cantato nella musica,
rappresentato nella storia dell'arte e disegnato, misurato secondo
matematica, descritto e analizzato secondo le scienze del mondo
fisico. L'educazione al corpo non può essere affare solo dei
professori di educazione motoria.
L'impostazione intellettualistica che prevale nei programmi vigenti
per tutti gli ordini di scuola (fatta eccezione per gli orientamenti
della scuola dell'infanzia) andrebbe rivista tenendo conto che il
corpo è la struttura originaria dell'esistere e del conoscere e non
può essere educato senza il concorso degli altri saperi. In attesa,
le scuole potrebbero avviare progettazioni educative che
restituiscano al corpo -illuminato dall'insieme dei saperi- la sua
valenza pre-comprensiva e fondazionale come quella di conferma
diretta.
g.b.
(gbose@tin.it)
Patocka, 1965 - Jan Patocka, Per la
preistoria della scienza del movimento: il mondo la terra, il cielo
e il movimento della vita umana, 1965. Letto in aut aut, n.299-300,
Settembre-Dicembre 2000
(Riefkin 1999) Il secolo biotech
(Illich, I978) : Nemesi medica, Mondadori, Milano, 1978).
Gentile 1916 " Teoria generale dello spirito come atto
puro" ora in Opere filosofiche, Garzanti, Milano, 95
Demetrio, 2000 Duccio Demetrio "Leducazione interiore.
Introduzione alla pedagogia introspettiva La Nuova Italia RCS,
Milano, 2000
Corradini/Testoni, 1999 - . Luciano Corradini/Ines Testoni (a cura
di) Il corpo a scuola Edizioni Seam, Fornello ,1999
Bertolini 1988 - Piero Bertolini L'esistere Pedagogico, La
Nuova Italia, Firenze, 1988
Bibliografia
Piero Bertolini "L'esistere pedagogico", La Nuova
Italia, Firenze, '88
Gabriele Boselli "Postprogrammazione", La Nuova
Italia, Firenze, '91, Œ98 2.a
K.Campbell Il corpo e la mente Armando, ROMA 1976
Agostina Melucci (a cura di) "Innovazione", Il Segnalibro,
Torino, '97
M. Argyle, Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli
Antonio Erbetta, Educazione ed esistenza, Torino, Il Segnalibro
P.Bertolini L'esistere pedagogico La Nuova Italia, Firenze,
1988, '90 2.a
N.Filograsso I dilemmi dell'educazione nella società acentrica
Quattroventi, Urbino, '97
M.Pomi Gli stupori di ego Il Segnalibro, Torino, '97
S.Spinsanti Il corpo nella cultura contemporanea Queriniana,
Brescia, 1983
La rivista ENCYCLOPAIDEIA, ed. CLUEB, Bologna
La rivista elettronica "POSTPROGRAMMANDO"
(www.cadnet.marche.it/postprogrammando/3)
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