Il problema della valutazione
di Mariangela Giusti
Torna
alla memoria un racconto di fantascienza con evidenti riscontri
pedagogici, molto illuminante, se riletto alla luce dei saggi di
questo libro: "Giorno d'esame" di Henry Slesar . E' la
raffigurazione limite degli esiti a cui potrebbe condurre il
privilegio eccessivo attribuito alla valutazione su scale metriche
delle abilità degli individui: terra desolata di approdo, cui non
si vorrebbe mai arrivare , ma che è bene ripercorrere, seppure
velocemente, per riportarne indietro alcune immagini istantanee,
utili per proseguire nella comprensione e nella riflessione.
Vediamo, all'inizio, una scena di colazione mattutina: una piccola
cucina molto familiare, qualcosa di appetitoso nel forno, i coniugi
Jordan (che cercano di nascondere una tristezza di cui noi lettori
ignoriamo la causa), il loro figlio, Dickie, che compie dodici anni
proprio quel giorno. Diversi particolari dichiarano l'affetto,
l'attenzione, la preoccupazione dei due adulti nei confronti del
ragazzo. Per giorni e mesi hanno evitato di parlare di un certo
esame, ma quel giorno non possono non parlarne: Dickie deve essere
messo al corrente perché entro sette giorni verrà chiamato dal
Governo a sostenerlo. E' la madre che si assume il compito di
trovare le parole più rassicuranti e gli parla attraverso
l'esempio. Per farsi capire dal ragazzo, per tranquillizarlo, parla
di quell'esame come di qualcosa di molto simile a quanto avviene
tutti i giorni nella sua scuola: "E' solo un specie di test
d'intelligenza - gli dice la madre- Non c'è niente di cui
preoccuparsi. Un test come quelli di scuola". Questa frase, che
intuiamo dettata dall'affetto e dal senso di responsabilità e che
quasi "sentiamo" pronunciare
con quel tono di pronunciare con quel tono di
voce sicuro e fermo che hanno le madri (un tono ricercato facendo
forza su se stessi, che viene scovato in chissà quali profondità e
che, se lo troviamo, riesce a placare, a rassicurare, a incitare),
questa frase, dicevo, ci tornerà alla mente alla fine del racconto
perché è quella che ci disegna davanti agli occhi la scuola
frequentata da Dickie: una scuola del futuro, dunque, organizzata
"normalmente" giorno per giorno con prove di valutazione
misurative di questo stesso genere. Dovrà essere così tutti i
giorni anche la nostra scuola, in un futuro non lontano?
Dopo le parole della signora Jordan, Dickie è davvero più
tranquillo; e così, poi, si parla d'altro, torna l'aria di festa: i
pacchetti colorati del compleanno, qualche gesto d'affetto, un
bacio, qualche battuta di spirito. Il lunedì successivo è il
giorno che il Governo ha scelto per "sapere quanto Dickie è in
gamba": gli occhi della madre tornano a farsi lucidi, il padre
evita di pensare ai possibili esiti del test. E' lui ad
accompagnarlo al Palazzo dell'Istruzione Popolare, è lui che cerca
la sala 804, riempie il foglio, lo consegna all'impiegata, poi si
accorda col figlio per andare a riprenderlo e se ne va, augurandogli
buona fortuna. Dickie viene fatto entrare, dopo un altro dodicenne,
in una grande stanza buia; un funzionario dai modi gentili controlla
i suoi documenti, gli assegna un numero (da quel momento sarà il
600-115), lo invita a bere una sostanza lattiginosa (ma Dickie è
fiducioso: anche di questo particolare gli aveva parlato sua madre),
dal sapore di menta, i cui effetti sul cervello renderanno il
Funzionario, l'Organismo dell'Istruzione Popolare e il Governo
stesso (perfino!) assolutamente certi che Dickie, così come tutti
gli altri dodicenni, sono sinceri nelle risposte. Gli si chiede di
sedere su una poltroncina: ora sta a lui dire quando si sente pronto
e quando è il momento per cominciare con le domande del test.
"Una fila di luci si accese sulla macchina, un meccanismo ronzò.
Poi una voce disse: - Completa questa sequenza: uno, quattro, sette,
dieci". E' solo il primo della lunga serie di test che andranno
avanti per ore.
Arrivati fino a qui, diciamo a noi stessi che nel racconto, in
fondo, non c'è niente di così tanto fantascientifico come si
prevedeva perché presenta un insieme di scene che qualunque
lettore, chi più chi meno, riesce a riconoscere come simili a tante
altre che si svolgono nella realtà vissuta: non ci sono astronavi,
non ci sono mostri galattici. C'è una casa, una famiglia, un
Organismo centrale della Pubblica Istruzione, un ragazzo, un
funzionario, la sala anonima di un edificio pubblico, un grosso
computer che ronza in sottofondo. Ma il colpo di coda (da grande
autore quale è Slesar) si ha nel finale. Ecco: è lì che appare la
vera fantascienza, una irrealtà crudele che siamo certi non
appartenere al nostro mondo, né alla nostra scuola. Nel finale
compare la potenza indiscutibile della decisione lasciata
all'elaboratore elettronico e il gesto non più umano che consegue a
quella decisione; è nel finale che si mostra in tutta la sua forza
incontrollabile la scelta di privilegiare un pensiero abituato a
ragionare solo su scale metriche. Nelle ultime righe appare,
insomma, proprio la realtà che, prima, ci era stata tenuta
nascosta: una società talmente concentrata sui numeri, al punto da
sembrare impazzita; una società che, a partire dai risultati
combinatori di tutta una serie di prestazioni, detta le regole
ferree della quotidianità spicciola delle persone normali, degli
abitatori semplici di un futuro immisurabile, perduto fra le
coordinate dello spazio e del tempo. E sono regole che ci lasciano
senza parole .
Erano quasi le quattro quando squillò il telefono. Il signor Jordan
fu svelto a rispondere. Era una voce secca, dal tono sbrigativo,
ufficiale. - Qui è il Servizio Istruzione Popolare. Vostro figlio
Richard Jordan ha completato l'esame governativo. Ci rincresce
informarvi che il suo quoziente di intelligenza è risultato di 13,8
punti superiore al normale, per cui abbiamo dovuto procedere a norma
dell'articolo 82, comma 5 del Decreto Legge 11.6.93. Potreste
specificare per telefono - proseguì la voce impassibile- se
desiderate che il corpo sia inumato a cura del Governo, o se
preferite una sepoltura privata? Il costo di una sepoltura
governativa è di dieci dollari."
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